U2: 30 ANNI (E NON SENTIRLI)

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Mi sveglio, come sempre, di buonora, anche se è domenica e, aprendo la finestra della mia stanza, sento che l’aria è meno bollente. “Menomale”, penso.
La mattinata scorre veloce tra una faccenda e l’altra. Poco prima delle 15 mi metto in marcia per raggiungere le persone con cui mi recherò al concerto.
Arriviamo presto all’Olimpico, prima ancora che aprano i cancelli.
Alle 17:40, dopo tre “giri” di controlli, sono già al mio posto. Piacevolmente stupita del fatto che, a dispetto della cifra pagata (praticamente spiccioli per un evento del genere) sia un posto per niente male. Unica pecca: è un po’ di lato rispetto al palco, quindi con visuale non piena della scenografia (poco male, francamente). Però, mi rendo conto che, pure stavolta, come già capitato per altri eventi al Foro Italico, nell’acquisto del biglietto mi sono dimenticata che alle 18 il sole, di fronte alla tribuna Tevere, è ancora troppo alto. Per fortuna mi sono ricordata il cappello per coprire la testa.


Noto, come mi aspettavo, che la platea è molto variegata: dai ragazzini, agli over sessanta o giù di lì. Del resto, la carriera degli U2 abbraccia almeno tre generazioni.
Qualche sigaretta per ammazzare l’attesa e una birretta (poco) fresca.
Alle 19:30 sul palco, che è posizionato in Curva Sud, fa il suo ingresso Noel Gallagher con i suoi High Flying Birds o, se vi piace di più, la metà degli Oasis che furono con il suo nuovo gruppo.
Nel frattempo il sole è scomparso dietro Monte Mario e si comincia a respirare un po’. Il gruppo “spalla” suona qualche pezzo dei propri e, ovviamente, non potevano mancare alcuni successi degli Oasis: Champagne Supernova, Wonderwall, Don’t look back in anger.
C’è una cosa che mi lascia un po’ perplessa: l’acustica fa veramente pietà e poi, diciamolo: se Noel Gallagher non era il frontman degli Oasis, un motivo forse c’era: poca voce e pure un po’ stonato.
Per fortuna, i problemi acustici saranno meno evidenti dopo.
Il “riscaldamento” con il gruppo d’apertura dura circa 50 minuti e poi inizia un’attesa di un’ora per avere sul palco i protagonisti del concerto. A dire il vero, ad un certo punto, siamo tutti un po’ spazientiti ma poi, quando, alle 21:30 in punto, come da programma, partono le note di Sunday Bloody Sunday, l’Olimpico, gremitissimo, letteralmente esplode in un fragore di voci che avrebbe potuto far tremare la terra.
Ho la pelle d’oca. Lo stadio è bellissimo. Pieno. Illuminato dalle luci di migliaia di telefonini. Caldo. Spettacolare. Bono si è sistemato sulla parte del palco che “entra” nel prato. I segni del tempo passato si vedono sul suo viso, la cui immagine è proiettata sul maxischermo alle sue spalle, ma la voce è quella di un tempo: calda, coinvolgente, potente. Anche se era stata già messa alla prova nella serata precedente. Appare subito simpatico nel suo sforzatissimo italiano (praticamente, la versione irlandese della maggior parte degli italiani quando cercano di parlare in inglese o altra lingua).
Dallo stesso mini-palco, che praticamente ha la forma dell’Albero di Joshua, viene eseguito il primo gruppo di brani, l’introduzione al cuore del concerto: da New Year’s Day fino a Pride. E poi si cambia posizione. Si va verso il palcoscenico principale. Un allestimento “no frills”, essenziale. Praticamente un enorme maxischermo in alta risoluzione, sul quale, non appena iniziano le note di Where the Streets Have No Name, appare la sagoma del Joshua Tree. E allora sì, siamo completamente “dentro” al concerto.
Una dietro l’altra, nel loro ordine originale, si susseguono tutti i brani dell’album, da I Still Haven’t Found What I’m Looking For, With or Without you, passando per Running to Stand Still.
Io sono in uno stato di rapimento estatico e avrò perso fino ad ora almeno cinquecento chilocalorie “zompettando”.
Guardo dal maxischermo Adam Clayton pizzicare il suo basso, The Edge che fa scorrere le mani sulle corde delle sue chitarre e vado letteralmente in visibilio. Nel frattempo Bono, tra un pezzo e l’altro, lancia qualche messaggio di carattere sociale e politico. No, non sono sermoni né paternali. Poche parole che riescono ad attirare magneticamente, ancora di più, il pubblico dell’Olimpico.
Dopo Mothers of disappeared, i Quattro da Dublino salutano il pubblico di Roma, nella “serata più bella del mondo”. Ma tutti sappiamo che non è ancora finita (mica me ne posso andare senza aver ascoltato e cantato a squarciagola One?).
Infatti, passano pochi minuti e si riprende. Il maxischermo proietta il video di una giovanissima siriana in un campo profughi, che lancia il suo messaggio di desiderio di libertà ed è simbolo di tutti i bambini vittime delle guerre. E, così, Miss Sarajevo diventa idealmente Miss Siria. Lo stadio sembra riempirsi d’orgoglio nel sentire la voce registrata di Pavarotti che duetta con Bono nell’esecuzione del brano.
C’è ancora tempo per andare su di giri e gli U2 lo sanno bene, perché fanno sussultare lo stadio con Beautiful Day, Elevation, Vertigo, Mysterious Ways.
E poi ancora un messaggio di Bono, questa volta dedicato a tutte le donne. A tutte le donne che fanno la storia. A tutte le donne presenti all’Olimpico. E mentre suonano le note di Ultraviolet, sullo schermo scorrono i volti delle donne che, per un motivo o per l’altro, hanno fatto la storia o si adoperano ancora per farla: si riconoscono, Rita Levi Montalcini, le Suffragette, Emma Bonino.
Ormai siamo tutti consapevoli che manca davvero poco al termine della serata. Io scaldo l’ugola. Avevo pensato di fare un ultimo video da condividere con gli amici ma poi ho pensato che One la dovevo cantare tutta, senza alcuna distrazione. Quindi, telefonino in tasca e via.
Sono le 23:45 circa è lo spettacolo è davvero finito. Dopo il “God Bless Roma” di Bono, ordinatamente, ci avviamo tutti verso i varchi d’uscita. Le mie orecchie rimbombano e la gola brucia. Ma non m’importa. Le emozioni che mi ha trasmesso la serata sono davvero indicibili ed impagabili.
L’aria di Roma non è più bollente. Un leggero e piacevole venticello ci accompagna verso casa.
Vado a recuperare la mia auto e comincio a litigare col navigatore, che sembra elencarmi tutti i nomi di tutte le strade possibili e penso che, forse, per questo aggeggio, sarebbe meglio che le strade non avessero un nome. Così, almeno, non si confonderebbe.
DANCOP

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