Siegfried – K

KEtica ed estetica. Distopia e utopia. Sostanza nel vuoto e nell’assenza sociale di contenuto.
I Siegfried rappresentano un crocevia che innalza lo sguardo verso il cielo, in uno slancio che sfida Dio e gli uomini, in nome di Dio e degli uomini e di quel rigore che appartiene a chi crede che i tempi non siano finiti o giunti sul ciglio della voragine, ma che si possa ancora lottare per tornare al centro di un’esistenza davvero piena di consapevolezza.

“K” rappresenta un chiodo metallico pesante e solido che regola il movimento della macchina artistica – sonora di questa eccezionale band emiliana che si spoglia della sua accezione collettiva per prendere le sembianze, sempre più definite ad ogni release discografica, di un’entità monade e nomade, che ad ogni passa segna un percorso – o forse una traiettoria per un proiettile – che spacca in due tempo e luoghi, fino a giungere al centro stesso di una ricerca tra passato, Zeitgeist e probabile futuro.

Ogni composizione è un piano in più, un muro in più, nella solida fortezza di Siegfried, che incarna il senso antico del passato che non trascorre, che non muore, ma si incarna continuamente, ad ogni anno, decennio, per poter continuare a raccontare la sua storia, cercando – in modo del tutto folle agli occhi dei più – di far tracimare il senso della coerenza nell’hic et nunc.

Si respira da questo avamposto di acciaio, legno ed elettricità, l’aria rarefatta e pulsante dell’elettronica, il rumore industriale del tempo che scocca, sbatte, rifrange, rimbalza; c’è la voce che amara taglia come il fendente della spada, romantica nel senso, guerriera nelle intenzioni; accenni di new wave e rock primordiale, dove la pelle del lupo ancora sporca di sangue non è paramento ma infusione nell’essenza stessa dell’animale e della sua fierezza, che avvicina l’uomo alla sua attitudine primigenia.

“K” è Tesla che incontra il Grande Khan, una toccante esperienza di riappropriazione di dignità intellettuale e umanistica che ciascuno di noi vivrà con vibrante partecipazione, perché reminiscente di un passato privo di arrendevolezza, mai inerme e sempre attuale.

ALex dal comando 134/300
Il Giardino della Luna

p.s.- L’artwork, il booklet sono una mappatura dettagliata e corale che rendono questo disco un oggetto di culto e da rimirare affascinati.

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