CAZZOKRAFT – Integrity of the Preconscious System

Cazzokraft

In casi come questi, conviene iniziare in maniera pedante, ovvero con un po’ di storia. Dietro all’improbabile moniker CazzoKraft non si celano infatti due persone qualsiasi, ma nomi ben noti della scena industrial mondiale, con un curriculum che definire di tutto rispetto è dire poco.

All’angolo sinistro c’è P/S, all’anagrafe Piero Stanig, triestino, mente e motore dei progetti Lupo Di Ghiaccio e Cazzodio in circolazione verso la fine degli anni ‘90/primi 2000 (un CD all’attivo per il primo, due per il secondo, tutti di altissimo livello) e attualmente eminenza grigia di Naxal Protocol, altro rullo compressore power electronics con cui il nostro ha ripreso le ostilità dopo una decina d’anni di silenzio.

Dall’altra parte invece c’è Masahiko Okubo, giapponese, che prima ha avuto il merito di aver dato una buona svecchiata alla scena harsh noise nipponica con i tre album del suo gruppo Mothra, e poi ha messo in piedi il progetto Linekraft diventando in breve tempo un riconosciuto maestro del noise a tinte fortemente industriali e percussive, dove il metallo sbattuto, fresato, percosso e maltrattato la fa da assoluto padrone (la sua discografia conta diversi titoli tra CD, CD-R e cassette, tutti da non farsi scappare). Queste le premesse.

È quindi abbastanza naturale che di fronte a un lavoro collaborativo tra due personaggi del genere ci siano molta curiosità e altrettante aspettative, e la buona notizia è che nulla viene disatteso, anzi. Dietro a un artwork che forse richiama di più la semplice austerità delle grafiche di Linekraft – basate essenzialmente su vecchi macchinari d’epoca industriale (quella vera), edifici dismessi, cemento e acciaio – che quelle più controverse e ricche di metafore di Cazzodio/Naxal Protocol, si cela infatti un album che pur non rappresentando il perfetto punto di sintesi tra queste due anime, offre otto tracce di pure sonorità industriali minacciose, intelligenti, spigolose e stimolanti, nello spirito dei pionieri del genere.

La parte del leone sembra farla decisamente P/S: è il suo gusto per le frequenze pulsanti e ritmate che affiora dominante per la gran parte del disco, che infatti si mantiene pressoché sempre su coordinate affini al death industrial più strutturato, per quanto sporcato da sprazzi noise e punteggiato da percussioni vive e martellanti – e qui entra probabilmente in gioco Okubo – per poi sfociare a tratti in lidi power electronics, come per esempio nella centrale e poliedrica “Prefrontal Leucotomy”, che ospita anche la vocalità abrasiva di Andrew Grant/The Vomit Arsonist. L’altra voce che si può sentire qui e là, sepolta nell’elettronica tanto da divenire parte integrante del magma sonoro, è invece quella del giapponese, che la usa proprio come uno strumento a sé stante per dare ulteriore spessore e atmosfera al tutto.

Non esiste un brano che spicchi particolarmente sugli altri, e per quanto il disco risulti molto vario e dinamico, decisamente non monolitico o noioso, la sensazione è che si sia voluta mantenere una certa omogeneità di fondo, una compattezza che porta ad apprezzare l’album come entità unica piuttosto che come una collezione di pezzi slegati tra loro.

E a questo proposito, una doverosa menzione va infine al concept del disco, che sembra ruotare intorno alla psicochirurgia e in particolare alle figure del neurochirurgo Egas Moniz  e del suo collega Pedro Almeida Lima, i primi che teorizzarono e misero in pratica la leucotomia prefrontale, ovvero la pratica da cui poi derivò la lobotomia. Non è immediato capire in quale ottica venga declinata questa tematica, ma a giudicare dal titolo dell’album (che cita il “sistema preconscio”, ovvero secondo la psicoanalisi quel luogo mentale tra inconscio e coscienza in cui si trovano contenuti al momento relegati nell’inconscio, ma che comunque sono ancora accessibili e possono diventare consci), e da quelli che normalmente sono i riferimenti utilizzati da P/S nei suoi altri progetti, forse non è azzardato pensare che qui la lobotomia venga intesa come una forma estrema di controllo sociale – d’altra parte, è dello stesso Egas Moniz la convinzione che la leucotomia fosse un sistema per impedire che i pensieri negativi e dannosi, come quelli paranoici, circolassero per il cervello. Di sicuro, sia o meno questa la giusta chiave di lettura, il tema è sicuramente affascinante e ben si sposa all’aura cupa e opprimente evocata dal disco.

In conclusione, questa è senz’altro una collaborazione di alto livello, e speriamo ardentemente di poterne vedere un seguito.
Lasciarsela scappare sarebbe criminale.

MaxB
Il Giardino della Luna

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...