Tutto svanisce. Cole, Clay, Lemmy, il Duca…

 

Il mondo collassa ogni giorno di più; ogni istante che viviamo su questa terra ne distruggiamo una parte… in quest’ottica la fine del mondo dovrebbe essere già acquisita a livello mentale e quindi dovremmo avere un’attitudine più “leggera” nell’affrontare la morte di personaggi famosi…eppure…

Eppure la fine del mondo io la vivo con queste sparizioni, con la mietitrice che arriva e mi porta via pezzi del mio universo, tasselli di 38 anni di vita, parti di un mosaico collettivo che mi accomuna a persone che amano la musica (e non solo) e la bellezza…e mi ritrovo senza appigli, senza nessun tipo di conforto che non sia la paura di “restare solo” con artisti da avanspettacolo, cantanti e musicisti da reality, macchiette presenti e future che sono create virtualmente e virtualmente macinano soldi (lo so, che non è vero, ma sono così costruite che per me è come se fossero un videogame dove vengono pagati con i soldi del monopoli… nella mia mente “non esistono”) e virtualmente muovono fan.

Qualche giorno fa su Metal Italia leggevo un interessante articolo in cui ci si chiedeva perché non c’è stato un ricambio generazionale alla guida del movimento metal/rock perché nessuna band o artista è stato in grado di prendere lo scettro dei “Grandi Vecchi”… pensateci, perché? La risposta è semplice e fa accapponare la pelle. Niente palle, niente sudore, niente rischi, niente realtà. Costruzione, semplice costruzione di un prodotto da vendere e dedicato a segmenti di ascoltatori. Quindi una virtualità che non permette una continuità.

E così nel pop, nel jazz (sì, sì, anche qui, anche qui in nome di Dio, ci sono i progetti fatti “per essere distribuiti”), nell’hip hop e rap ( che ha perduto recentemente Primo Brown)… ovunque, e parlo di musica perché di morti in questi giorni ne sta subendo questo settore, ma il discorso può essere sovrapposto ad altre aree culturali, accade questa cialtroneria passata per sperimentazione o libertà, lasciando il sottoscritto con una nostalgia fortissima per i tempi andati.

Ma non c’è soltanto nostalgia, c’è vero disagio nel pensare al mondo che verrà, a quella landa desolata nella sua sovrappopolazione artistoide ed estetica, che ci si prospetta. Che faremo quando tutti saranno “finiti”? Resteremo in una venerazione solipsistica farneticando di quando il Soul era “Il Soul” oppure di come Ozzy & Co. ci abbiano cambiato la vita? O di quanto era bello ascoltare la musica “suonata”, anche quando era disco?

Cosa resterà di quegli anni trascorsi nelle stanze, dietro a un microfono, su un palco a voler “vivere” quelle vite che si sono consumate prima di noi?
Forse dovremmo rassegnarci: tutto muore e andrebbe anche bene se ci fosse il conforto che poi qualcosa di pari o migliore lo sostituisca… è questa cocente delusione che non mi fa stare tranquillo, che mi agita.

Esagero. Forse esagero. Non so. Qui sopra ci sono dei volti che mi hanno nutrito e può essere che tutto sia ancora troppo caldo per essere razionalizzato… ma non so quanto io sia “fuori di me”.

Non mi piace quello che immagino per il domani.
Abbiamo pochissimi avamposti artistici validi e come in un film di morti viventi li osservo pensando “Quanto dureranno alla prossima orda? Al prossimo attacco?”.

Intanto ascoltateli. Tutti. Tutti coloro che hanno fatto grande la musica.Sentiteli.

ALex
Back in Black/L’Alchimista

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