Shabda- PHARMAKON PHARMAKOS

Sorrido ogni volta che ho a che fare con gli SHABDA. Lo faccio compiaciuto perché so per certo che porteranno il mio pensiero a sottrarsi dalla monotonia del mondo della concretezza moderna, conducendomi verso lidi lontani. A Oriente di me e dei miei sistemi di ragionamento.
Sorrido perché chiudo gli occhi e comincio a confrontarmi con questa trinità sincretica, laica eppure profondamente liturgica che vibra di univoca passione.
Discetto a partire dal titolo di questo nuovo lavoro, PHARMAKON- PHARMAKOS, fino alla cover, passando per l’ovvio ascolto delle due tracce che compongono l’album.

Le prime riflessioni a mente fredda sono sul gioco tra i significati lapalissiani e occultati delle due suite: la seconda che incarna il guaritore, colui che sa realizzare la medicina attraverso la prima che è invece Medicina nella sua accezione erboristica, contenente a sua volta l’ambivalenza della “guarigione” così come dell'”avvelenamento” (i greci usavano un termine per veleno e medicina). Quindi la dualità è al centro di un bocciolo che si schiude, quello del suggestivo artwork, che sembra monade e che invece in sé lascia vivere altre diramazioni. Quasi un monito a non fermarsi al primo sguardo.
Lampante. La vita è fatta di confronto, di attitudine alla scelta e all’uso che si fa di essa: si può donare l’esistenza come la si può far cessare. Bisogna sapere, conoscere, educarsi.
Poi c’è anche un significante, dichiarato dal significato ma forse non realmente raccolto, quello della condizione di reietto. Provo a spiegarmi meglio. PHARMAKOS è stato un rituale, al pari e forse identico a quello dell’Ostracismo, in cui si cacciava un elemento “disturbante” dalla polis per potersi “rinnovare”, per “purificarsi”.
Gli Shabda sono una realtà anacoreta e nella loro proposta musicale sembra quasi che calamitino verso di sé una sorta di cacciata auto-indotta dalla quotidianità e dalle esperienze di appartenenza. Paria gioiosi che nell’allontanamento ritrovano la vera via. Lasciando chi li ha “scacciati” fermi sulle proprie convinzioni. Ma sono mie supposizioni.
I poco più di quaranta minuti con cui ci cullano subliminano il genere d’appartenenza, il drone, e le sue sfumature e contaminazioni, tracciando la mappa di un territorio nuovo, infestato da genti primitive, laconiche, assorte così come da storie di suoni, battiti ed echi. Ronzii di un’esistenza che si completa con il sentimento dell’ascolto.
Album affascinante. Intelligente senza doverlo dimostrare. Dove, a volte, si può percepire una leggera contrapposizione tra emisferi geo-culturali.

Empatico fino alla telepatia tra il linguaggio sonoro e quello mentale.
Un flusso continuo e non corruttibile di pura rinascita.

ALex
Back in Black
info:backib@libero.it

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