Venom Metallo Nero di Andrea Valentini

Andrea Valentini scrittore ed esperto di musica ha pubblicato da poco questo volume dedicato alla storia di una delle band più importanti e influenti per quanto riguardo la nascita del black metal: i Venom.

Sebbene l’autore si dichiari fan del gruppo di Newcastle non esita a definirli: “…satanici, incontenibili, malvagi, mitologici, pacchiani, cialtroni, sbruffoni, ruspanti, grezzi, selvaggi e inarrestabili…” mostrando non solo di amarli ma anche di rispettarli nella coerenza di una visione il più oggettiva possibile.

Una certezza che c’è quando si traccia la storia di questa band è non ci sono notizie del tutto attendibili, infatti il buon Cronos (mastermind dell’ensemble britannico) e compadres hanno creato un alone talmente leggendario attorno ai Venom (alimentato a suon di dichiarazioni più o meno folli, smentite, contraddizioni, panzane e cialtronate on e off stage) da non riuscire a distinguere per bene quale sia la realtà e quale la parte alimentata dalla fantasia di fan e addetti ai lavori.

Qui “entra in campo” Andrea Valentini che con un notevole sforzo è andato a cercare fonti più attendibili possibile dando ampio spazio a dichiarazioni e analisi delle persone coinvolte nella storia dei Venom. Due i grandi assenti,  e comunque non ci aspettavamo certo che Cronos rilasciasse un’intervista in cui dicesse “tutta la verità, nient’altro che la verità”, ma qualche piccola perla della sua sarebbe stato il tocco finale ad un lavoro già di per sé ottimo.

Ovviamente Andrea ha dato ampio spazio a “Black Metal”: il disco della svolta per i Venom…e anche per un’ intera generazione di metalheads.

Il libro si divide in due parti molto ben definite: una in cui l’autore traccia una biografia/ discografia della band nel periodo a cavallo tra la fine dei 70’s e l’inizio degli anni ’80 e una seconda parte dedicata alle interviste.

L’apice è raggiunto nelle ultime pagine in cui figurano le dichiarazioni di nomi storici del panorama extreme metal: a partire dallo storico batterista dei Venom stessi (Abaddon), per passare da Varg Vikernes , Peso dei Necrodeath e altri nomi che vi lascio il piacere di scoprire.

Andrea Valentini ha svolto un lavoro di altissimo livello e Tsunami Edizioni lo propone sul mercato a soli 19 Euro, il costo di una pizza e una birra per portare a casa un vero gioiellino: un volume che non può e non deve, mancare nelle librerie di ogni amante del metal.

David Palombi
Back in Black
Info:backib@libero.it

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Skullcandy presenta le nuove cuffie GRIND

Ho avuto il piacere di partecipare all’evento milanese di presentazione europea delle nuove GRIND di Skullcandy.
Durante la serata il nuovo prodotto è stato testato (e dal sottoscritto stressato) con l’ascolto perfetto del coinvolgente live della fantastica Tying Tiffany.
Le GRIND sono cuffie agili, con una resa eccezionale che con il loro design moderno, accattivante e facilmente imprimibile nell’immaginario collettivo, sono un porto sicuro per chi desidera avere grande qualità a un prezzo più che ragionevole. Se ci fermiamo a pensare un attimo infatti, troviamo che per poter ascoltare la nostra musica preferita -per molti direttamente dal proprio cellulare-si devono spendere svariate centinaia d’euro, molto spesso incappando in molti problemi legate a prezzi sovrastimati. Bene, alla base di questo ragionamento gli uomini della Skullcandy hanno realizzato una cuffia di grande qualità (che ho testato con 4 ore di registrazione non-stop in studio per i nostri programmi, godendo della resa e del comfort offerto in ogni ambiente sonoro che ho dovuto sostenere) ad un prezzo che mi ha lasciato a bocca aperta, 49,99  €.
A voler confermare la ricercatezza e l’eccellenza, per provarle sono stati effettuati dei blind test, dove tutti gli esperti confermavano di avere a che fare con cuffie di altissimo profilo e ogni tester è rimasto di stucco nell’apprendere di aver avuto sulle orecchie le GRIND.

Per gli utenti “da cellulare” c’è anche l’innovazione del TAP TECH™ una connessione completamente senza fili alle proprie playlist preferite e la possibilità di effettuare e ricevere chiamate grazie a un bottone comodamente posizionato sul retro della cuffia sinistra e al microfono incorporato nella cuffia stessa.

Io sinceramente uso le cuffie ancora alla vecchia maniera, per poter realizzare programmi radiofonici o suonare e le GRIND mi sono piaciute molto per la leggerezza, il suono cristallino eppure carico di groove che rende godibile l’ascolto del jazz come del metal più estremo. Anche nelle circostanze di volumi “spacca timpani”, hanno retto benissimo, senza dare brutti ritorni di distorsione. Nei vari trasporti urbani si sono rivelate anche molto robuste.

Il cavo estraibile offre la possibilità di una durabilità maggiore e di intercambiabilità secondo le necessità di utilizzo e le svariate texture un personalizzazione ideale senza confronti.
Uniche nel genere e nella fascia di prezzo per il loro rapporto qualità/prezzo, sono già un piccolo cult generazionale.

ALex
Back in Black
info:backib@libero.it


E voi che programma vorreste?!

O di cosa vorreste che parlassimo?
No, perché la vostra voce è il nostro carburante e senza di voi qui si fa ben poco; quindi se ne avete voglia, scriveteci qui sotto le vostre impressioni, suggestioni, idee e cercheremo di essere totalmente a disposizione per migliorare o creare qualcosa di nuovo.

Back in Black

Chris Cornell – “Higher Truth”

Una delle voci più belle ed espressive di sempre e dei nostri anni ’90. Ha regalato molto più che qualche emozione a chi scrive e a voi che leggete con i suoi Soundgarden. Nel caso della carriera solista ha fatto un po’ storcere il naso con la sua collaborazione con Timbaland (che personalmente ho gettato nel dimenticatoio), per tornare prepotentemente alla ribalta con la colonna sonora di James Bond, che ha fortemente caratterizzato il singolo delle reunion con la band di sempre.
Alti bassi insieme agli Audioslave e oggi la continuazione ideale di quel suo Euphoria Morning che tanto mi piacque per la dimensione sonora proposta.
Cosa c’è in HIGHER TRUTH? C’è un rock simil acustico di puro stampo americano, dove tra chitarre cristalline e unplugged, si stagliano momenti morbidamente elettrici in cui la vocalità di Cornell si fonde alla perfezione con il suono, riportando tutto ad una dimensione ricca di sfumature e potenza minimale.
16 tracce che toccano l’ascoltatore da molto vicino e dimostrano che questa tipologia di espressione artistica (non invasa da beat e campionamenti, essenziale ed emozionale) è sicuramente quella che meglio calza al cantante e non lo “snatura”.

Gli arrangiamenti sono articolati per entrare nel vivo di quella verità dichiarata sin dal titolo, con un appeal incisivo, accattivante e mai banale, che a tratti – e con le dovute distanze – riporta ai ad alcune sonorità di Eddie Vedder nella sua veste solista.
Ancora non mi sento però, di parlare di “quadratura del cerchio” nella carriera del nostro, visto che anche H.T. ha una visione ambivalente di album, acustico sì ma non troppo, soft rock ma non troppo etc… insomma, un esperimento, secondo me, per ricercare una proposta che non scontenti troppo i fan e al tempo stesso possa essere dinamica.
Sarei molto curioso di ascoltare Cornell in versione “Nebraska“, oppure “Pink Moon“, alle prese con la purezza e l’assolutezza della chitarra, ancora più all’osso della strumentazione, perché in “Let your eyes wander” riesce a far rabbrividire per l’esattezza dell’atmosfera che crea, confermando l’assoluto agio in questa tipologia di performance.
Siamo di fronte a un album che porta alla mente racconti di viaggi, di paesaggi sterminati, di lontananze che riavvicinano a se stessi.
Inteso e a tratti abbagliante.

ALex
Back in Black
info:backib@libero.it

Backyard Babies – “Four by four”

I Backyard Babies sono tornati e lo hanno fatto per restare. La band svedese aveva annunciato con tanto clamore il rientro in scena con un nuovo full lenght, che c’era il timore potesse essere un passo falso dal punto di vista della qualità musicale.

Oltretutto, visto che la band mancava da un po’ dagli studi di registrazione (nonostante i dischi solisti di Nicke e Dregen), personalmente avevo una paura ben più grave: il cambio di rotta.

Molte, troppe band, hanno scelto di modificare drasticamente il proprio sound in favore dei nuovi trend. Alcuni hanno scelto una via elettronica, altri hanno cercato di cavalcare l’onda dell’indie, della ricerca, della sperimentazione “ad ogni costo”.

Non posso negarlo, ero molto prevenuto nonostante i Backyard Babies avessere annunciato il CD come uno dei più rock della loro carriera.

Invece, signore e signori, “Four by four” è una cannonata, un LP che arriva dritto al cuore dell’ascoltare snocciolando i primi tre brani senza pietà: riff decisi dal sapore rock and roll, ma con quel tocco tipicamente punk rock che Dregen sa infondere dalle sue asce.

Si tira un sospiro ascoltando la traccia numero quattro: “Bloody Tears”, una rock ballad estremamente radiofonica, con un arrangiamento che paga il tributo alle grandi band del passato (Aerosmith, Bon Jovi, Poison, Cinderella) e nell’incedere strizza un po’ l’occhio ai migliori Nickelback.

Dal quinto all’ottavo brano è un susseguirsi di brani diretti e divertenti: le ritmiche hanno un ruolo determinante nel creare il giusto groove, basso e batteria, infatti, si esibiscono in un campionario di variazioni di altissimo livello.

La chicca del CD è la nona ed ultima traccia: “Walls”.
Sembra una jam session ubriaca, uno di quegli esperimenti musicali divertenti che, quando esistevano i CD, venivano inseriti come Ghost Track.

Nicke è, vocalmente, in forma smagliante e non aspettiamo altro che la data del combo svedese in Italia che si terrà in quel di Milano.

Non avete ancora preso il disco? Male, molto male.

David Palombi
Back in Black/Rock On
info:backib@libero.it

Shabda- PHARMAKON PHARMAKOS

Sorrido ogni volta che ho a che fare con gli SHABDA. Lo faccio compiaciuto perché so per certo che porteranno il mio pensiero a sottrarsi dalla monotonia del mondo della concretezza moderna, conducendomi verso lidi lontani. A Oriente di me e dei miei sistemi di ragionamento.
Sorrido perché chiudo gli occhi e comincio a confrontarmi con questa trinità sincretica, laica eppure profondamente liturgica che vibra di univoca passione.
Discetto a partire dal titolo di questo nuovo lavoro, PHARMAKON- PHARMAKOS, fino alla cover, passando per l’ovvio ascolto delle due tracce che compongono l’album.

Le prime riflessioni a mente fredda sono sul gioco tra i significati lapalissiani e occultati delle due suite: la seconda che incarna il guaritore, colui che sa realizzare la medicina attraverso la prima che è invece Medicina nella sua accezione erboristica, contenente a sua volta l’ambivalenza della “guarigione” così come dell'”avvelenamento” (i greci usavano un termine per veleno e medicina). Quindi la dualità è al centro di un bocciolo che si schiude, quello del suggestivo artwork, che sembra monade e che invece in sé lascia vivere altre diramazioni. Quasi un monito a non fermarsi al primo sguardo.
Lampante. La vita è fatta di confronto, di attitudine alla scelta e all’uso che si fa di essa: si può donare l’esistenza come la si può far cessare. Bisogna sapere, conoscere, educarsi.
Poi c’è anche un significante, dichiarato dal significato ma forse non realmente raccolto, quello della condizione di reietto. Provo a spiegarmi meglio. PHARMAKOS è stato un rituale, al pari e forse identico a quello dell’Ostracismo, in cui si cacciava un elemento “disturbante” dalla polis per potersi “rinnovare”, per “purificarsi”.
Gli Shabda sono una realtà anacoreta e nella loro proposta musicale sembra quasi che calamitino verso di sé una sorta di cacciata auto-indotta dalla quotidianità e dalle esperienze di appartenenza. Paria gioiosi che nell’allontanamento ritrovano la vera via. Lasciando chi li ha “scacciati” fermi sulle proprie convinzioni. Ma sono mie supposizioni.
I poco più di quaranta minuti con cui ci cullano subliminano il genere d’appartenenza, il drone, e le sue sfumature e contaminazioni, tracciando la mappa di un territorio nuovo, infestato da genti primitive, laconiche, assorte così come da storie di suoni, battiti ed echi. Ronzii di un’esistenza che si completa con il sentimento dell’ascolto.
Album affascinante. Intelligente senza doverlo dimostrare. Dove, a volte, si può percepire una leggera contrapposizione tra emisferi geo-culturali.

Empatico fino alla telepatia tra il linguaggio sonoro e quello mentale.
Un flusso continuo e non corruttibile di pura rinascita.

ALex
Back in Black
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Beneath the storm- DEVIL’S VILLAGE

Il disturbante suono del male non è un boato assordante, bensì una lenta agonia che deve inabissare la ragione dell’essere umano seducendola.
Da questa premessa, che potrebbe anche essere la “razionalizzazione” musicale dell’album (uscito per Argonauta Records), si può partire alla volta del villaggio del Diavolo di cui ci raccontano i Beneath The Storm.
Nella formula, in moto perpertuo, della “band” slovena c’è il il peso del doom, le sferzanti atmosfere metal e il pantano psicotico di uno sludge assolutamente malato, arcano, che rapisce e concupisce l’ascoltatore.
Un calderone ribollente in cui affiorano, a tratti, brandelli di intercessioni sonore rapite da altri mondi, quadrature evocative e irreali che entrano nel monolite del suono generato, il tutto portato a cottura dall’ossessivo e ipnotico impasto compositivo delle otto tracce, che sono capitoli e stazioni di una via crucis narrativa orrorifica.

Assolutamente grezzo, complicato da fruire con immediatezza nella sua pura dimensione di caos primordiale (la voce in growl e corrosiva è quella di un narratore ma contemporaneamente crea l’effetto corale di un’assemblea occulta), l’album si consuma e ci consuma, anche grazie all’atto evocativo che perpetra omaggiando quella Città dei Morti, pellicola del 1960 con l’immenso Christopher Lee, e la sua storia di stregoneria che è colonna vertebrale di tutto il “concept”.
Attraverso suggestioni latenti e brani estratti e sottratti al film (e alla sue ambientazioni), riesce ad evocare l’orrore tipico di territori sconosciuti, tra nebbie che nascondono incubi indicibili o antichi rituali condotti in segreto.
Si viene condotti lì, dove il Male è coltivato, seducente, atavico e impunito, con il passo placido che si tiene per andare verso l’altare della follia.

Ogni capitolo dei Beneath The Storm è un tassello di un mosaico battuto con lentezza e lucida malignità.

ALex
Back in Black

info:backib@libero.it

UNCODIFIED – Hardcore Methodology

Quello di Corrado Altieri non è certo un nome nuovo per chi è uso a massacrarsi i padiglioni auricolari con sonorità affini all’industrial più estremo. Con la sua creatura Uncodified si era già particolarmente distinto grazie alle prime due parti della trilogia a titolo “Vindicta” in collaborazione con Wertham (tra le migliori uscite degli ultimi anni) e infatti pensiamo non sia assolutamente un caso che questo “Hardcore Methodology” esca ancora una volta per Old Europa Cafe in collaborazione proprio con Elettronica Radicale, l’etichetta dello stesso Marco Wertham: il sodalizio a quanto pare funziona – e bene – per tutti.

E di sodalizio, ma stavolta multiplo, si può parlare anche venendo all’aspetto prettamente sonoro del disco: Altieri si è infatti avvalso di numerose collaborazioni con nomi di spicco del panorama italiano, ognuno capace di amalgamarsi al meglio con lo stile dello sperimentatore sardo riuscendo a lasciare una propria ed evidente traccia senza però snaturarne il feeling. Anzi, questa decisione ha avuto l’innegabile pregio di donare varietà, imprevedibilità e dinamismo al CD, che passa da sfuriate di power electronics costellata da glitch e improvvisi stacchi rarefatti (“Catalogues”, con Gianluca Favaron), alla giustapposizione di abrasività e melodie di synth un po’ in stile Navicon Torture Technologies (“Anterooms”, con il bizzarro Bologna Violenta), a voci filtratissime che raschiano morbosi tappeti sonori ai confini con il death industrial (“Complete Actress”, dove appare l’altro alias di Marco Deplano, Caligula 031); mentre nel brano “The Teachers”, che vede il contributo di Paolo Bandera/Sshe Retina Stimulants, si affiancano suggestioni da macabra soundtrack anni ’70 con richiami all’industrial primigenio, tra rumori inquietanti e manipolazioni di synth dal deciso gusto retrò.

Nelle due tracce che vedono la partecipazione di Simon Balestrazzi (che qui si occupa anche del mastering dell’intero album) l’atmosfera si fa invece meno brutale e più opprimente, spostandosi verso territori caratterizzati da frequenze basse e pulsanti e lunghi droni sporcati di rumore. La calma però non dura molto, e il disco si avvia alla conclusione tra schegge impazzite e ritorni all’industrial noise primigenio (in “Dubbing”, ancora con il sapiente tocco di Paolo Bandera, o anche nella rocciosa e concreta “Preparatory Study” in cui torna a farsi vivo Gianluca Favaron).

Oltre alle collaborazioni, che in questo CD fanno indubbiamente la parte del leone, non bisogna assolutamente sottovalutare le valide tracce ad appannaggio esclusivo di Uncodified, eclettiche ed efficaci: che siano semplici – per modo di dire – sfuriate di rumore bianco o brevi pillole di ruvido death industrial, piuttosto che brani lunghi e strutturati come l’ottima power electronics di “Collection of Clothes” o la conclusiva “Methodology 3”, è ascoltandole che ci si rende davvero conto delle effettive capacità di Corrado Altieri nella manipolazione del suono, e di quanto ci sia di veramente suo all’interno di questo disco, al di là del cast di ospiti illustri che lo accompagna.

Un ascolto impegnativo, vario, e soprattutto caldamente consigliato.

MaxB
Il Giardino della Luna
ilgiardinodellaluna@libero.it
info:backib@libero.it

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