Ghost- MELIORA

Il terzo disco dei GHOST suona in maniera stupefacente e seduttiva.
La band che è conosciuta anche dai sassi per la sua iconografia anticlericale, per la teatralità “satanista” e per Papa Emeritus (anti papa arrivato alla sua terza incarnazione) propone un lavoro che, non solo la conferma come uno dei gruppi più solidi del momento ma la proietta verso un futuro ancora più oscuramente radioso.

 

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Lowburn e il video del primo singolo da DOOMSAYER

Gli Stoner Rocker finlandesi LOWBURN (formati dai membri di BATTLELORE Tomi Mykkänen e Henkka Vahvanen) rivelano oggi la copertina del loro album di debutto, “Doomsayer”, realizzata da David Paul Seymour (Vintage Caravan, Wo Fat, Goya, ecc.). Masterizzato dal produttore Billy Anderson, “Doomsayer” è un’esplosione di riff Stoner, con vibrazioni Fuzz Psych Doom da urlo e voci toste!

“Doomsayer” verrà pubblicato da ARGONAUTA Records in CD / DD il 12 ottobre 2015.

18 Settembre nuovo album per i Mustasch. Qui il video.

Gli svedesi MUSTASCH pubblicheranno il loro nuovo album “Testosterone” il 18 settembre su Gain Music/Sony.

“Nel nostro nuovo album parlo delle mie mascolinità, dignità e tenerezza. Il testosterone sfortunatamente ha avuto una connotazione negativa. Ma perché? Non ho mai visto in me un macho. Per me è più importante prendermi cura dei miei cari”, dichiara Ralf Gyllenhammar, cantante e chitarrista della band.

Il primo video tratto da “Testosterone” è “Be Like A Man” una canzone che parla degli uomini e dei suoi comportamenti. Il video è stato diretto da Patric Ullaeus.

CS- Torna Chris Cornell

Mr Cornell torna alla carica come cantautore e il 18 Settembre arriverà il suo nuovo album solista che, come si legge dal comunicato stampa, sarà improntato su un’atmosfera decisamente intimista ispirata a grandi del passato.
Speriamo di aver modo di farvi ascoltare questo nuovo lavoro e di parlarvene sulle nostre pagine.

Back in Black
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Determinato a riscoprire se stesso come compositore e cantante, nel 2009 si è imbarcato in una serie di show acustici nel mondo, proponendo un repertorio che ha pescato da tutta la sua carriera. L’incredibile accoglienza ricevuta da critica e pubblico da tutto esaurito gli ha dato la spinta a comporre la musica contenuta in HIGHER TRUTH. “Ho davvero voluto creare qualcosa per tutte le persone che mi hanno supportato nel mio tour acustico… è una specie di lettera d’amore per loro”.

Tutti sanno che Chris Cornell, con la sua straordinaria voce con quattro ottave, è in grado di scatenare i fulmini, ma in HIGHER TRUTH, il suo quinto album solista, egli dimostra di poter chiamare a sé anche una pioggerellina estiva e molto altro. Con una manciata di canzoni acustiche cariche di bellezza pastorale e triste malinconia Cornell presenta un nuovo lato della sua arte.

Ispirato dagli arrangiamenti di artisti come Nick Drake, Daniel Johnston e i Beatles del White Album, Cornell crea un universo musicale diverso da quanto fatto in passato. Canzoni come l’orecchiabile “Dead Wishes” e “Nearly Forgot My Broken Heart”, guidata da un mandolino, sono semplici nel loro splendore melodico ma gli arrangiamenti di buon gusto le rendono sofisticate.

“Negli ultimi anni mi sono aperto a svariate collaborazioni, che mi hanno divertito e da cui ho imparato molto. Tuttavia al tempo stesso ho iniziato a desiderare di fare qualcosa che fosse mio al 100% e che non fosse influenzato dalle aspettative di altri. HIGHER TRUTH è nato interamente da me e da ciò che faccio”, dichiara Cornell. “Il titolo dell’album può suonare pretenzioso o autocelebrativo, ma l’idea di una ‘verità più elevata’ è ben fondata.  Ho iniziato a pensare alla purezza dei miei bambini che mi guardavano mentre agitavo davanti a loro delle chiavi e mi sono ricordato di quanto sia bella la vita in quel momento. Non esistono corruzione, vanità o disagio. Questo è ciò che la frase ‘higher truth’ significa per me: quello stato naturale. Queste canzoni vivono davvero in quel mondo che è buono”.

Se il tour solista di Cornell ha rappresentato la sua motivazione, le radici di HIGHER TRUTH possono essere fatte risalire agli anni ’90 quando la leggenda country Johnny Cash coverizzò l’epica “Rusty Cage”, una canzone scritta da Cornell per i suoi Soundgarden. “Iniziai a ricevere messaggi da persone che mi dicevano che il testo era fantastico”, ricorda Cornell. “Era già passato un paio d’anni da quando i Soundgarden la registrarono e nessuno mai mi disse quanto fosse bello quel testo. Sono rimasto colpito, ma ho deciso che non fosse quello l’obiettivo, era solo un contorno”.

“Ebbi una sorta di esperienza contrastante quando arrangiai e suonai ‘Billie Jean’ di Michael Jackson per il mio tour acustico. La gente mi disse di non essersi accorta di quanto il testo fosse pesante e drammatico finché non sentì la mia versione acustica. Queste due cose mi rimasero impresse e mi fecero capire che c’era un altro elemento del cantare e del comporre che meritava di essere esplorato, ma non lo feci subito. Scrivere un album che seguisse quella via ha rappresentato l’essenza del piano”.

Per mantenere viva la natura di questa musica, anziché formare una band egli ha assoldato il produttore e polistrumentista Brendan O’Brien (Neil Young, Pearl Jam) per lavorare con lui. Insieme hanno suonato la maggior parte della musica ascoltata sul disco. Gli arrangiamenti minimali ma sublimi si basano su ciò che Cornell definisce un’intima sensazione su “ciò che sembra appena necessario”. Se la chitarra acustica del compositore è centrale, raffinati inserti di corde, corni e strumenti elettrici rendono l’avventura esuberante e avvincente.

“Se dovessi assegnarmi un ruolo in HIGHER TRUTH, quello sarebbe che queste canzoni avrebbero bisogno di colpire ed essere coinvolgenti dall’inizio alla fine anche se dal punto di vista meramente tecnico non c’è molto”, dichiara Cornell. “Non c’è stato modo di barare”.

“Higher Truth” tracklist:

01. Nearly Forgot My Broken Heart (https://youtu.be/zpMfZPAc1kg)
02. Dead Wishes
03. Worried Moon
04. Before We Disappear
05. Through The Window
06. Josephine
07. Murderer Of Blue Skies
08. Higher Truth
09. Let Your Eyes Wander
10. Only These Words
11. Circling
12. Our Time In The Universe

Bonus tracks:

13. Bend In The Road
14. Wrong Side
15. Misery Chain
16. Our Time In The Universe (Remix)

CS- Tornano gli Hollywood Vampires

Accadono cose belle, a volte, per opera di personaggi famosi che amano il rock e le sue fumose stanze, questa iniziativa degli Hollywood Vampires rientra a pieno titolo tra le operazioni benemerite. A riformare il gruppo ci pensa un trio niente male composto da Johnny Depp, Alice Cooper e Joe Perry.
Date un’occhiata al comunicato e diteci se non è interessante la scaletta e gli ospiti!

Back in Black
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Il nuovo album nei negozi dall’11 settembre con la copertina ad opera dello stilista John Varvatos

Nel 1972, sul Sunset Strip, in un bar al piano superiore di un club chiamato Rainbow Bar & Grill, sono nati gli Hollywood Vampires. Quel club era un punto di riferimento per le rock star che vivevano o passavano da LA.
“Per entrare nel club, bastava bere di più di tutti gli altri membri, racconta Alice Cooper, membro fondatore dei Vampires. “In una sera normale, avrei potuto farmi una passeggiata e trovare lì John Lennon, Harry Nilsson, Keith Monn, travestiti come al solito da cameriera o da chauffeur. La settimana successiva avrebbero potuto esserci Bernie Taupin, Jim Morrison e Mickey Dolenz”.

Tre anni fa, Alice e il suo buon amico Johnny Depp decisero che era ora che lo spirito degli Hollywood Vampires rivivesse, fatta eccezione per il bere. Un ambiente sereno dove gli artisti potessero divertirsi, ridere e suonare insieme. Gli Hollywood Vampires vivono nuovamente con l’uscita di questo album. Ad Alice e Johnny si è unito Joe Perry, che è un caro amico di entrambi, e le registrazioni sono cominciate: un tributo agli Hollywood Vampires originali.

Per i due anni successivi, Alice, Joe e Johnny, assieme al produttore Bob Ezrin e a un meraviglioso gruppo di vampiri dei giorni nostri, tra i quali Perry Farrell, Dave GrohlSir Paul McCartney, Joe Walsh, Slash, Robbie Krieger, Zak Starkey, Brian Johnson e Kip Winger, hanno reinciso le tracce dei loro amici ed eroi che non ci sono più. Ci sono anche due canzoni originali che raccontano la storia dei Vampires, una delle quali ha l’intro registrato da Sir Christopher Lee, inciso proprio poco prima della sua morte.

Il packaging dell’album, un libro antico, è opera del celebre stilista (e fan del rock)John Varvatos, nel suo tipico stile vintage. Alice e Varvatos, entrambi nativi di Detroit, sono stati soci in affari per molti anni durante i quali Alice ha prestato il suo stile classic rock come ambasciatore del marchio.

Un assaggio delle note di copertina, scritte da un Hollywood Vampire originario, Bernie Taupin: “Non sono qui per difendere i loro vizi. L’indulgenza di qualsiasi sorta, in ultima analisi, non è costruttiva per una mente e un corpo sani. E mentre le mogli possono andare e venire, le scelte lavorative possono essere state dubbie e il crepacuore in alcuni casi ha colpito in un corridoio buio, nel covo degli Hollywood Vampires regnavano solo gioia e risate.

Non sono certo di che cosa abbia dato origine al loro comportamento scorretto, ma in questo covo esisteva una bolla, una cupola di divertimento sigillata ermeticamente. Magari non era la tavola rotonda all’Algonquin, ma erano ragazzi acuti e intelligenti che spesso diventavano rauchi e rumorosi, ma sicuramente non ci sono stati persone o animali rimasti feriti dagli Hollywood Vampires”.

Tutti i ricavi degli artisti verranno donati a MusiCares.

ALBUM TEASER: https://www.youtube.com/watch?v=1T8GSIiD8lc&feature=youtu.be
PRE-ORDINE iTunes: https://itunes.apple.com/it/album/hollywood-vampires/id1021775118

Tracklist:
1. The Last Vampire (HOLLYWOOD VAMPIRES)
2. Raise The Dead (HOLLYWOOD VAMPIRES)
3. My Generation (THE WHO)
4. Whole Lotta Love  (LED ZEPPELIN)
5. I Got A Line (SPIRIT)
6. Five to One/Break On Through (THE DOORS)
7. One/Jump Into The Fire (HARRY NILSSON)
8. Come And Get It (BADFINGER)
9.  Jeepster  (T.REX)
10. Cold Turkey (JOHN LENNON)
11. Manic Depression (JIMI HENDRIX)
12. Itchycoo Park  (SMALL FACES)
13. School’s Out / Another Brick In The Wall pt.2 (ALICE COOPER/PINK FLOYD)
14. Dead Drunk Friends  (HOLLYWOOD VAMPIRES)

The Last Vampire:
Narration: Sir Christopher Lee
Keyboards and Sound Design: Johnny Depp, Bob Ezrin and Justin Cortelyou

Raise The Dead:
(Johnny Depp, Bruce Witkin, Tommy Henriksen, Alice Cooper, Bob Ezrin, Rob Klonel)
Vocals: Alice Cooper
Guitars: Johnny Depp, Tommy Henriksen, Bruce Witkin
Drums: Glenn Sobel
Bass: Bruce Witkin
Background Vocals: Alice Cooper, Tommy Henriksen, Bob Ezrin

My Generation:
Vocals:  Alice Cooper
Guitars:  Johnny Depp, Tommy Henriksen
Bass: Bruce Witkin
Drums: Zak Starkey
Background Vocals: Tommy Henriksen,

Whole Lotta Love:
Vocals: Brian Johnson, Alice Cooper
Guitars:  Joe Walsh, Johnny Depp,
Orianthi, Tommy Henriksen, Bruce Witkin
Harmonica:  Alice Cooper
Drums:  Zak Starkey
Bass:  Kip Winger
Programming:  Tommy Henriksen
Backing Vocals: Alice Cooper, Tommy Henriksen

I Got A Line:
Vocals:  Alice Cooper, Perry Farrell
Guitars:  Joe Walsh, Johnny Depp, Tommy Henriksen, Bruce Witkin
Drums:  Abe Laboriel Jr.
Bass:  Kip Winger
Background Vocals:  Perry Farrell, Tommy Henriksen, Bob Ezrin

Five to One/Break On Through:
Vocals: Alice Cooper
Guitars: Robby Krieger, Johnny Depp, Tommy Henriksen
Drums: Abe Laboriel Jr.
Farfisa: Charlie Judge
Bass: Bruce Witkin

One/Jump Into The Fire:
Vocals:  Alice Cooper, Perry Farrell
Guitars: Robby Krieger, Johnny Depp, Tommy Henriksen, Bruce Witkin
Drums: Dave Grohl
Bass: Bruce Witkin
Keyboard: Bob Ezrin, Bruce Witkin
Programming:  Tommy Henriksen

Come And Get It:
Vocals:  Paul McCartney, Alice Cooper
Guitars:  Joe Perry, Johnny Depp
Piano:  Paul McCartney
Drums:  Abe Laboriel Jr.
Bass:  Paul McCartney
Background Vocals: Johnny Depp, Alice Cooper, Abe Laboriel Jr., Bob Ezrin

Jeepster:
Vocals: Alice Cooper
Guitars: Joe Perry, Johnny Depp, Tommy Henriksen,
Drums: Glenn Sobel
Bass: Bruce Witkin
Programming:  Tommy Henriksen
Background Vocals: Bob Ezrin

Cold Turkey:
Vocals:  Alice Cooper
Guitars: Joe Perry, Johnny Depp, Tommy Henriksen
Drums: Glenn Sobel
Bass: Bruce Witkin
Programming:  Tommy Henriksen
Background Vocals: Alice Cooper, Tommy Henriksen

Manic Depression:
Vocals:  Alice Cooper
Guitars: Joe Walsh, Johnny Depp, Tommy Henriksen
Drums:  Zak Starkey
Bass: Bruce Witkin
Piano: Bob Ezrin

Itchycoo Park:
Vocals:  Alice Cooper
Guitars: Johnny Depp, Tommy Henriksen
Drums: Glenn Sobel
Bass: Bruce Witkin
Programming:  Tommy Henriksen
Background Vocals: Alice Cooper, Tommy Henriksen, Bob Ezrin

School’s Out / Another Brick In The Wall pt.2:
Vocals:  Alice Cooper, Brian Johnson
Guitar: Slash, Joe Perry, Johnny Depp, Tommy Henriksen, Bruce Witkin
Drums:  Neal Smith
Bass: Dennis Dunaway
Background Vocals: Kip Winger, Bob Ezrin

Dead Drunk Friends:
(Johnny Depp, Bruce Witkin, Tommy Henriksen, Alice Cooper, Bob Ezrin)

Vocals:  Alice Cooper
Guitars:  Johnny Depp, Bruce Witkin,
Drums:  Glenn Sobel
Programming:  Tommy Henriksen
Bass:  Bruce Witkin
Piano: Bruce Witkin, Bob Ezrin
Background Vocals: Alice Cooper, Johnny Depp, Tommy Henriksen, Bruce Witkin, Bob Ezrin.

Saturnine- “Mors Vocat”

Siamo votati alla morte.
Ovidio, e Orazio prima di lui, non si nascondevano dietro ad un dito quando parlavano di “termine delle cose” e oggi quella frase che ricorda come la “morte richiami tutti alle sue leggi”, è il punto di appoggio dell’album delle Saturnine. Band italiana di 5 elementi femminili che non risparmiano l’ascoltatore con un plumbeo e abissale doom inacidito da sludge, death svedese (dell’epoca d’oro) e corroso da un’attitudine black.
In questo album funziona tutto, a partire dai testi che (finalmente) si riappropriano di una matrice dialogante e di espressione di pensiero e non di semplice accompagnamento al suono, offrendo riflessioni  sul dicotomico e paradossale rapporto dell’uomo con la natura, rappresentato sin dalla cover, e dell’uomo e la sua involuzione autodistruttiva.
Le tracce sono potenti passi di antichi dei tornati sulla terra, echeggiano, rimbombano, tuonano, incedendo con un inesorabile senso di possanza e sgomento da cui non ci si può sottrarre. Si resta annichiliti dalla forza primordiale e oscura che il gruppo genera.
Pulsante sofferenza che diventa motrice di un vortice divoratore, le Saturnine offrono questo in un album straordinario.

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Non avremmo mai dovuto di Francesca Bonafini e Caterina Falconi

Inutile negare che ciascuno di noi si sia trovato a mentire o tenere – sentimentalmente- il piede in due staffe, dovendo giustificare azioni e comportamenti su ben due fronti (se non di più).

Alla base della creazione e della de-costruzione di ogni rapporto amoroso, molte volte si incappa proprio nel tradimento, nell’atto che rende il tutto svilente eppure eccitante, nel bene e nel male.
A far sorridere –e al tempo stesso a smontare la prosopopea di molti uomini- ci pensano le due scrittrici alle prese con un vero e proprio frasario narrativo (pubblicato da AD EST DELL’EQUATORE) che si rivolge agli uomini sposati e alle loro amanti.
Figura tremenda quest’ultima, che spesso riunisce tragicità e passione, fino ad arrivare a toccare la compassione. Vessata, omaggiata, l’amante è in balia di un’altalena di emozioni fatta della pasta stessa dell’atto di cui vive e ogni uomo, ogni volta che dialoga con essa, si nutre di una serie di frasi, pensieri, che crede essere proprie, ma che in realtà appartengono a un bacino verbale di secoli e secoli di adempienza al tradimento. Frasi che di primo acchitto parrebbero “uniche”, “originali”, ma che poi cominciano a riaffiorare nella mente dell’ascoltatrice come l’acqua stagnante in un vecchio lavandino.
Scorrono così storie che piegano in origami le frasi che fanno da incipit, tramutandole in statuine di carta che rendono omaggio al traditore stesso: bellissime, perfette, nella loro anima e consistenza di carta.

Tra qualche sorriso agrodolce, ci si trova a saltare da una parte e dall’altra della barricata, finché alla fine quello che resta è il fare i conti con i propri demoni, qualunque essi siano.

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L’Amore si impara di Roberta Di Pascasio

Raccolta di racconti (pubblicata dalla Giovane Holden  Edizioni) che incrocia emozioni, sentimenti, storie narrate e da narrarsi, ritrovandosi spesso dall’altra parte della pagina, tra transfert esistenziali e pensieri celati.
Sono piccole schegge di uno specchio chiamato realtà, che messe insieme ricompongono l’insieme di un quotidiano che lì fuori ci attende, ci fagocita e ci osserva. Spesso indisturbato, incompreso nella sua vera essenza.
Uomini e donne soli con sé stessi, con le proprie (disattese) ambizioni di un’esistenza afferrata, stretta nel pugno e invece molto spesso edulcorata, travisata, mal digerita, esagerata dalle paure e debolezze di chi ne fa parte.
Non ci sono finali compiuti e l’apertura offerta crea uno scambio con il lettore, una specie di “to be continued” all’interno della testa di chi ha appena concluso il rito editoriale.
Un libro che si lascia prendere in ogni sua piccola incertezza, contraddizione e lucida passione, 8 riti di passaggio… in cui prima o poi siamo inciampati tutti.
Crocevia, dove spesso ci si ferma incerti su quale direzione prendere, vedendo sfrecciare i passi altrui.

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Le radici della rabbia di Federica Paradiso

Dire “skinhead” per la maggior parte delle persone, significa portare la mente ad attività neonaziste oppure a semplici ragazzi con le teste rasate incapaci di trovare una loro collocazione all’interno del meccanismo e del tessuto sociale.
Dire “skinhead”, significa quindi travisare, distorcere.
La chiarezza circa il movimento, la sua genesi, il suo stile di vita, ce la offre Federica Paradiso nel libro “Le radici della rabbia. Origini e linguaggio della cultura skinhead“, pubblicato dalla Red Star Press. Saggio che colleziona apporti dal mondo culturale delle classi di appartenenza e adiacenza; che entra nelle sottoculture prodome e in quelle in cui si alimenta il movimento; che relaziona – alcune volte in modo un po’ troppo accademico – Gramsci e Marx con quelle che sono le aspirazioni e le contrapposizioni di chi ha vissuto e vive da Skinhead.
Differenziandone le filosofie (tra i politicizzati- Rash e gli antagonisti  Bonehead e Skinhead 88-, gli “originali” che seguono pedissequamente lo stile del 69 e gli appartenenti alla Sharp – meno legata ai centri sociali- ) l’autrice conduce attraverso le maglie e le strade di una città molto spesso invisibile all’occhio nudo, che tradisce la sua fisicità attraverso modelli comportamentali o estetici (che vengono minuziosamente trattati nel libro) ma che appare come un miraggio alla visione dei più. Una specie di sensazione di aver compreso cosa si è visto che in realtà è soltanto percezione soggettiva.
LE RADICI DELLA RABBIA, si offre come un ottima chiave per entrare in questa città senza giochi di specchi o interazioni empiriche, attraverso un lavoro di collante tra movimento (e studi di area) e lettore, un adesivo capace di imprimere finalmente la chiarezza sugli Skinheads a chi ha sempre sostenuto di averne incoscientemente.
Attraverso queste 87 pagine (con un inserto fotografico a cura di Fritz Barile) si entra in un antagonismo difficile da contestualizzare nel proprio per vie di una sorta di stoica poliedricità dello stesso conflitto giovanile da cui nasce,  viaggiando tra Italia e Inghilterra (e non solo) in un continuo rimando alla propria visione distorta iniziale, che lentamente svanisce per lasciare con la consapevolezza di poter scegliere se simpatizzare per il movimento o non. Liberamente, senza preconcetti e con un’analisi sicuramente più lucida di quella all’inizio della lettura.

Interessantissimo anche per chi conosce bene questo mondo che viene qui sviscerato attraverso studi semiologici e culturali e linguistici che aprono ad altre strade e ad altre riflessioni.
Prescindendo aree di appartenenza o tendenze personali, questo libro è una lettura interessante da fare per le sue numerose sfaccettature culturali che regalano uno spaccato su cui concentrarsi finalmente con raziocinio.

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Abbot- BETWEEN OUR PAST AND FUTURE LIVES

Per chi ama solo ed esclusivamente lo stoner, con qualche venatura doom-blues, questo album sarà una manna dal cielo, infatti i finnici Abbot, non si schiodano dai generi suddetti, con una album d’esordio che non vuole virare in nessuna direzione che non sia questa.

Manca però la scintilla per tutti gli altri ascoltatori, ed è mancata per il sottoscritto, che si è trovato alle prese con una release che lo riconduceva in ogni modo a Josh Homme (dai suoi EODM fino ai Them Crooked Vultures) e al suo suono, al suo marchio di fabbrica, oltre che ai semprepresenteinognicosacheèstoonerdoom Black Sabbath. Cosa che devo dire mi ha stancato non poco durante il tempo trascorso con questo disco, che suonato molto bene, si ritrova ad essere abbastanza noioso alla lunga, proprio per una mancanza di spiccata originalità.

Peccato perché sulle prime, nonostante il chiaro riferimento – che poi vai a capire se voluto o non – al succitato J.H. la seconda traccia, “Diamond Heart”, con il suo tiro e la sua attitudine alla Billy Idol mi aveva divertito molto e speravo in un’altalena compositiva, che invece si è dimostrata una granitica seduta.

Magari al secondo round ci sapranno spiazzare, ma per ora lo consiglio esclusivamente ai malati del genere.

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