POP CORN REFLECTIONS di Rosario Di Rosa Trio

Quando la musica viene intagliata come un gioiello.

Il primo pensiero nell’ascoltare l’album di Rosario Di Rosa e il suo trio, questo POP CORN REFLECTIONS (Nau Records) che conduce attraverso 9 passaggi di pura miniatura, in un percorso tra solido e liquido, tra sguardi nell’orizzonte e scorci di pensiero davanti ai propri piedi. Tra fantasia e realtà.

 

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Una spiaggia troppo bianca di Stefania Divertito

Romanzo per l’estate? Anche, ma non solo quello.
Questo libro rappresenta molte cose, ha molti spunti e molte sfaccettature e la sua autrice è riuscita a confezionare una lettura intrigante, grazie all’unione tra fiction e indagine ambientale.
Il personaggio di Gemma Ranieri è delizioso nella sua “goffagine” (“sembrava Maga Magò, i capelli rossi che si arricciavano gagliardi nemmeno fossero vivi e goccioline di sudore ovunque. I piedi nei sandali rosso corallo si stavano gonfiando, segnati alla caviglia da un complicato sistema di cinturini, e sarebbe stata questione di minuti prima che il sudore arrivasse anche lì”) quanto solido e senza paura nelle sue ricerche verso la verità (“il martedì si era alzata presto. In mente le risuonava ZOMBIE dei Cranberries. Aveva fatto colazione con i suoi e appena erano usciti era tornata alla scrivania e aveva scritto un breve riepilogo dei dati raccolti”) ed è l’alter ego perfetto dell’autrice, che nella vita è una giornalista d’inchiesta specializzata in tematiche ambientali. Affatto surreale o su le righe, Gemma ha la spiazzante capacità di farsi viva nelle strade che si percorrono, di essere un volto e un’anima nota e non un semplice personaggio.

Il romanzo si muove in un perfetto equilibrio tra il genere e la presa di coscienza civile che dimentichiamo di dover avere, riunendo sotto lo stesso tetto le due anime del lettore: quella più ludica e quella più “impegnata”. Le città prendono vita e forma propria attraverso una scrittura pulita, limpida, senza troppe architetture stilistiche. Ci si lancia nell’uso del dialetto napoletano, tra sorrisi e momenti più acri. La distanza dalle proprie radici così come il riviverle, la vita e la morte sono un continuo rincorrersi tra le strade del libro.
Tutto convoglia l’attenzione fino ad uno svelamento del mistero, che, nel vero senso della parola, giace sotto gli occhi di tutti.
Questo è il primo capitolo di una trilogia che ci prepara a veder scendere in campo nuovamente la nostra Gemma, “nostra” perché si resta incapaci di poterla vedere in altri termini, tanto è reale nella pagina quanto fuori, come detto prima.
Un libro da spiaggia. Ma anche da sera. Compagno di viaggio, di quel viaggio attento e nel cuore di tenebra della nostra società chiamato Stefania Divertito.

Cesare Colonna
per L’Alchimista

Nibiru- PADMALOTUS

Il viaggio dei Nibiru non si interrompe, non si consolida, si evolve continuamente. In questo terzo album la strada che il trio torinese ha intrapreso è soltanto a un inizio e neanche lontanamente a metà come molti potrebbero pensare.
Lo spettacolo sonoro che riescono a inscenare fin dentro il lato più oscuro del nostro cervello è a dir poco paragonabile alla visione di un Antico di lovecraftiana memoria… l’insanità è alle porte per l’ascoltatore.
Questo terzo capitolo del libro dei Nibiru rincorre quanto scritto in precedenza con l’ampiezza drone/sludge a cui ci hanno assuefatto, per poi prendere virate molto più metal, o meglio di quello che potrebbe essere un moderno concetto di black metal che oggi si è fatto più evocativo di un male profondo grazie anche al lavoro di molte band che tutti noi conosciamo. Ma attenzione a non etichettare questa trinità orientale.
Le quattro tracce proposte (KRIM, ASHMADAEVA, TRIKONA e KHEM) sono enigmatici labirinti sonori in cui poter esprimere il proprio concetto di irrealtà senza la certezza di essere in linea con quanto ascoltato. Infatti è innaturale cercare di identificare una propria linea di pensiero in questo lavoro perché sarebbe come voler semplificare un arcano grimorio in poche battute.
La musica dei Nibiru è fatta del grido degli anacoreti che tornano al mondo con messaggi introspettivi e quindi universali, frutto di una dedizione alla conoscenza, alla solitudine e allo sguardo nel sé che può rendere pazzi. Di chi, come nello splendido artwork, sacrifica la propria carne in nome della coscienza.
Eccezionale, assolutamente fuori portata, incredibilmente vero.

ALex
Back In Black
info:backib@libero.it

AC DC. Live Report di G.P.

CHI DEI DUE POTEVA VOLARE A IMOLA SE NON IL BUON VECCHIO PAZZO G.P.? SE IL NOSTRO PROGRAMMA SI CHIAMA COSI’ E’ PERCHE’ ABBIAMO IN COMUNE LA PASSIONE PER QUELL’ALBUM FICCANTE E BASTARDO. MA G.P. A DIFFERENZA MIA E’ UN DEVOTO VERO E PROPRIO E QUINDI ECCOVI IL SUO LIVE REPORT DI IMOLA 2015.

ALex
Back in Black
info:backib@libero.it

Imola 2015 – AcDc

BackinBlack presente per ovvie motivazioni per quello che, ha davvero tutta l’aria di essere stato l’ultimo appuntamento con i «canguri» in Italia. E’ una triste possibilità, purtroppo avvalorata dai diversi problemi che la band ha passato negli ultimi tempi, senza contare che i limiti di età cominciano a farsi strada inesorabilmente. Ma chissà… abituati a essere stupiti dalla band più rock del pianeta, magari, per qualche strano motivo, avremo ancora modo di «rivederci».
Sveglia alle tre di notte per bus diretto ad Imola con la speranza di poter guadagnare qualche posto privilegiato. L’arrivo in città ha riservato prime sorprese positive: i cancelli già in via di apertura per la zona palco e la presenza di alcuni concittadini che si sono palesati dapprima per il tipico accento, poi, riconosciuti e salutati, si sono percorsi insieme i vari metri del serpentone dei controlli fino a giungere all’ultimo cancello. Qui, per i primi arrivati, erano a disposizione i braccialetti verdi per il «pit»: braccialetto acquisito con somma soddisfazione con la garanzia di essere, di poter vivere l’evento a pochi passi di distanza dai «nostri» all’interno della zona riservata. Il caldo non è stato micidiale ma poco ci mancava, le bibite fioccavano: grande successo per una birra, forse di produzione est-vietnamita, venduta a 6 euro la bottiglia. Amen. L’attesa spasmodica, la collinetta Rivazza che, pian piano si riempiva dalla parte opposta al palco mentre il parterre nelle varie zone cominciava a scaldare i muscoli per la ressa. I nebulizzatori hanno ricevuto più di qualche attenzione tra gli astanti e mentre si razionavano panini e liquidi vari; a ridosso delle 17 Virgin Radio ha spedito sul palco i suoi alfieri per cominciare ad intrattenere il pubblico con un po’ di rock patinato. Certo, gli alfieri suddetti sono stati un po’ troppo didascalici a nostro avviso e i brani scelti sembravano destinati più a chi di rock fosse davvero a digiuno. Comunque grazie a Virgin si è dato davvero inizio alle danze, in attesa di gustare il gruppo spalla scelto dall’organizzazione: i Vintage Trouble. Che dire di questi ragazzi? Inizialmente ci lasciavano quasi un po’ «freddini», ma in maniera inesorabile e vorticosa hanno raccolto il plauso più sincero di tutti. Bravissimo il cantante nella sua giacca gialla, ha saputo coinvolgere il pubblico come poche altre band a supporto sanno fare e il sound gradevole e invecchiato al punto giusto, invoglia a un serio approfondimento dei Vintage che, non appena possibile faremo anche e soprattutto in radio. Bravi bravissimi e simpaticissimi con ufficializzazione dell’attesa definitiva: quella per gli AcDc! Angus e soci si facevano un po’ attendere ma all’improvviso, il video introduttivo del brano «Rock or Bust» si è scagliato contro noi tutti e…via!!!! Gente felice, gente con qualche lacrima, gente con figli e figli con genitori a seguito, tutti ondeggianti e mai sazi delle note dei vari brani in scaletta. Qualche problema su High Voltage, qualche disfunzione nel trasmettitore di Angus ogni tanto ma in fondo chi se ne frega, hanno macinato rock come volevano, dovevano e volevamo. Uno show forse con qualche punta di malinconia: lo stesso classico spogliarello di Angus non ha avuto luogo. Una esibizione, laddove possibile, più scarna ed essenziale ma i cuori che battevano li potevi sentire a miglia di distanza. Era anche il compleanno di Bon Scott e qualcosa lasciava pensare alla possibilità di ascoltare «ride on»: così non è stato, ma a farci compagnia, atipicamente, c’è stata l’esecuzione di «sin city». Le punte massime si sono toccate con i grandi classici, ma si è scoperto che «baptism by fire» è molto gradita dalle giovani leve che, al contempo, sanno lasciarsi andare sulle note di «have a drink on me». Cosa dire del resto: «shock me all nigh long», «hell ain’t a bad place to be», eccetera, fino all’autostrada per l’inferno e alla chiusura di «quelli che stanno facendo rock vi salutano», niente. Fatevi raccontare un giorno dell’assolo di Angus. Memorabile. Tutti bravi e belli: Brian con il poco di voce che gli è rimasta, il nipotino di Malcom che ha fatto tutto quel che doveva ed anche di più; Chris e i suoi timpani a martellare con Cliff. Angus con quello sguardo che sembrava pensare al fratello, del resto acclamato più volte dal pubblico durante la serata. E peccato che Phil abbia deciso nel frattempo di avere beghe legali. Sono gli AcdC, sono un marchio di fabbrica inconfondibile: Imola non era un evento ma era l’evento. Un giorno lo capiremo ancor di più. Un appunto circa l’organizzazione, un appunto molto soggettivo: questo appuntamento era da farsi a Roma, stadio Olimpico, con attorno quella serie di infrastrutture che avrebbero sicuramente concesso a centomila persone di non essere ostaggi/o della città per quattro ore. Certo, magari noi per primi avremmo voluto ritardare la nostra partenza, ma per andarli a trovare direttamente in albergo, inginocchiandoci al loro cospetto, ringraziandoli per quel che sono stati, che sono e che saranno sempre. Back in Black lo sa, non a caso ci chiamiamo così! E, alla fine della giostra, una cosa la sappiamo di sicuro: qualunque cosa accada, ovunque potremmo mai trovarci, da soli o con chiunque altro, in caso di necessità il nostro Brian ci griderebbe una sola ed unica cosa: «Forzaaaaaaaa…..!!!!». Quindi: Forza AcDc! Forza Back in black! In cielo o in terra che sia, forza tutti noi!!
G.P.

Furor Gallico- SONGS FROM THE EARTH

Evocativo. Potente. Esaltante.
Siamo seri, finiamola qua. Questo album ve l’ho recensito con questi tre aggettivi. I FUROR GALLICO, sono patrii guerrieri del folk metal, che tutti noi ben conosciamo e che con questo nuovo album, altro non fanno che consolidare uno stile monolitico, gaudente, nebbioso quanto basta, insomma, che racconta tutto quello che c’è dietro questo progetto e la sua anima.
Naturalmente non c’è il “canonico” folk metal e si possono trovare ottime re-interpretazioni del genere che scivolano nella sperimentazione, regalando dei viaggi all’interno del viaggio nelle canzoni dalla terra.
Ho apprezzato moltissimo la scelta-in alcune tracce- del cantato in italiano, sia per la difficoltà che spesso la nostra lingua crea nel mantenere viva l’attenzione su questo genere – e quindi il coraggio espresso dai nostri- sia per l’arricchimento che ha donato a tutto l’album, in una danza tra linguaggi che colpisce dritto al cuore, senza risultare avulsa da tutto il concept di SFTE.
I Furor Gallico immergono completamente in un tempo lontano chi li ascolta. Bagnano di storie antiche le anime di chi resta intrappolato nella loro musica fiera, eroica e sempre umana.

ALex
Back In Black
info:backib@libero.it

Not a good sign- FROM A DISTANCE

Il prog ci appartiene. Volenti o nolenti noi italiani siamo legati a filo doppio a questo genere che certamente crea sempre discussioni accese tra appassionati di musica o semplici ascoltatori.
I Not A Good Sign, sono una band nostrana che propone un disco di ottimo progressive suonato con grande onestà e meticolosità, addentrandosi in territori di intuizione compositiva che possono ricordare i King Crimson (quelli di The construKtion Light), come i percorsi vocali degli Yes (in Going Down ad esempio), senza risultare però estremisti della cerebralità musicale o dell’architettura della scrittura.
Nelle 10 canzoni, si attraversano momenti di classica innestata nella musica moderna, di prog più “giovane” (Dream Theater), con un risultato molto disciplinato, equilibrato e intrigante. Strumenti e voce si sposano in un balletto misurato che crea un’atmosfera sicuramente unica e riconoscibile.

FROM A DISTANCE è diretto, complice e assolutamente da ascoltare.

ALex
Back in Black
info:backib@libero.it

New Disorder- STRAIGHT TO THE PAIN

Gruppo romano, con tanti cambi di line up alle spalle e nato nel 2009. Cosa ci propone in queste 11 tracce? Una raccolta di canzoni che possono dare un senso di instabilità all’ascoltatore, visto che tendono ad offrire diverse declinazioni di metal e di metalcore finendo in quello che possiamo chiamare il “calderone alternative”.
L’album è un vero concept sulla sofferenza umana e sul dolore quotidiano, da affrontare o a cui piegarsi, e in parte questo particolare potrebbe dare un chiarimento alla sfaccettata organizzazione della tracklist.
Il gruppo ha un suono compatto e molto feeling trasmesso anche dal “freddo” lavoro in studio, e traspare un mood solido e ricco.
Il cantante si offre come un cerbero dalle due anime, una più heavy e l’altra più “melodica”, ricordandomi, a tratti, come in JUDGEMENT DAY alcune inflessioni di Tankian (con tutte le differenze del caso).
Tutto l’album però ha -per il sottoscritto- un senso di incompiutezza che lascia presagire ad un successivo lavoro certamente più maturo, in quanto se la dimensione di grooving in questo STTP è molto quadrata, ancora manca quel senso di unione tra vocalist e la musica. A mio avviso il frontman dovrebbe scegliere una direzione più “sicura” in cui portare la sua ugola, evitando troppi cambi di registro e incidendo nelle vene e nel corpo del gruppo il proprio solco, senza confrontarsi su troppi fronti, che possono sminuire la propria originalità o dare una parvenza di “tutto e niente”.

Certamente un buon album che potrà intrigare, anche attraverso i suoi momenti più intimi, anche i non appassionati del genere.
Aspettiamo con grande piacere di incontrarli nella dimensione live.

ALex
Back in Black

info:backib@libero.it

Atti osceni in luogo privato di Marco Missiroli


Libro colto e libro pop. Romanzo che presta il fianco così come lo difende da critiche dissonanti e antagoniste.

Una scrittura limpida, ammaliante, che non perde tono ma si nutre del suo stesso ritmo, imponendolo senza compromessi. Missiroli è un bravissimo scrittore che conosce ogni angolo della sua pagina, può ripiegarla in minuti origami narrativi oppure aprirla come un ventaglio per offrire aria ai polmoni del lettore, in affanno per le salite e le discese che la storia presenta.

Su ATTI OSCENI IN LUOGO PRIVATO si sono spese mille parole: nel cimento della critica italiana – in cui ormai ci ritroviamo tutti coinvolti ogni qual volta vogliamo dire la nostra su qualcosa che abbiamo letto… ma perché poi non ce lo teniamo per noi o per pochi “cari”?- ho letto chi ne abusava in modo denigratorio, appellandosi al giovane protagonista d’inchiostro e alla sua dimensione sessuale; ho letto chi ha parlato di un grandissimo capolavoro di cui non potremo più dimenticare le parole incastonate su questo oro stilistico… ho letto tante voci note.

Poi ho letto Marco (non me ne voglia Missiroli, se in questa sede così “istituzionale”, mi ritrovo in questi toni confidenziali) e ho capito molte cose.

Sono arrivato all’ultima pagina in pochissimo tempo e ho gustato le citazioni colte, la sospensione in cui spesso Libero (il nostro giovane protagonista) fluttua, trasportato –secondo una mia personalissima suggestione musicale – dalla canzone John Barleycorn dei Traffic. Ho vissuto Parigi e Milano, paure e prese di coscienza. Avventate notti di veleno solitario pari a quello che si può ricevere e somministrare in compagnia. Mi sono strappato un pezzo di mia storia e ho fatto cambio con un lembo di quella che leggevo, notando senza neanche tanto stupore, che combaciavano quasi alla perfezione. Ho capito che in questo libro c’è un sunto di umanità maschile, non di tutta l’umanità maschile, ma di quella in bilico tra il perdersi e il ritrovarsi; tra il male di essere ciò che si è e il male di non volersi cambiare, pur notando che qualcosa sta mutando inesorabilmente. Una mascolinità funambolica che non deve a tutti i costi essere generazionale.

Ho sorriso, in modo amaro e cattivo di Libero, delle sue donne, di quello che faceva e di quello che gli facevano. Ho sorriso perché due scapaccioni glieli avrei dati, perché uno “sfigato” affettuoso glielo avrei detto davanti ad una birra… ma poi mi sarei pentito, perché non è così, perché in fondo che sfiga ha? Quella di essere un ragazzo che scopre un tradimento genitoriale, che da Milano si trova a Parigi e poi di nuovo a Milano, tra rabbia e ormoni, che ha sempre il limite di ciò che “sarà se”… e non è sfiga. Siamo noi, un po’ tutti nel bene e nel male e ho capito che questa storia riunisce, in parte, e in modo frastagliato i due generi sessuali, raccontando loro due punti di vista in uno. Facendoli tremare di emozioni contrastanti che rivivono attraverso la lettura e che fanno riaffiorare tutto il vissuto.

Quindi ho proseguito con picchi di attenzione e altri in cui mi chiedevo perché questo giovane non smetteva di farsi complicare dalla sua mente e … in una piccola frase, ho rivisto tutto il senso non svelato di questo romanzo (che non è melassa erotico-sentimentale o prosopopea narcisistico-macista, a scanso di equivoci-dato che non mi metto a farvi l’uomo sinossi-questa è una vicenda “nostra”, romanzata ma di quelle in cui si incappa anche a Porta Romana o Piazza del Popolo), in quella frase che dice “Ero l’avversario del mio nome, prigioniero di rimozioni maldestre e di amplessi che ricercavo per oblio”. Qui non siamo in lettura di una storia di emancipazione sessuale, formazione sessuale, formazione maschile o crescita umana.  Che anche no. No. Credo che tutto ATTI OSCENI IN LUOGO PRIVATO sia una grande lotta per la vita e, a dispetto di quanto detto da Marco, non si sa neanche bene per quale vita. Per chi.

Il ruvido incastro tra il nome del giovane e l’ “avversario” mostra semplicemente che quanto assorbito fino a quell’incontro con la frase/chiave di volta, deve essere rinchiuso al fresco e poi riaperto per poterlo controllare meglio, per esserselo dimenticato per un po’ e quindi poi vedere se tutto corrisponde all’impressione avuta all’inizio. Per questo ho aspettato, perché Marco Missiroli ha scritto un libro ma –forse involontariamente, ma non ci credo dato che ho detto che è un bravo scrittore e chi è tale sa come muovere la propria penna-ha anche parlato di un libro non scritto, sparso all’interno di questo che sta a noi dover rimettere insieme per poterne avere quel senso di nuova familiarità di cui dicevo.

Quello che ho capito è che mi è piaciuto per il non mostrato, per quelle nervature sottili che ogni tanto intercettavo involontariamente e che poi ho imparato a riconoscere, sempre con il sospetto di essere in un percorso che mi avrebbe allontanato dalla strada principale, per poi farmici tornare e farmela ripercorrere.

Io Marco l’ho letto così, con tanti sospetti e tante incertezze, con il piacere del gioco, con la certezza di poterlo riaprire e riscriverne domani in modo del tutto diverso.

L’Alchimista
officinaalchemica@libero.it
Alex Pietrogiacomi