La nostra madrina ci saluta

Nella notte più magica, la nostra madrina ci invia il suo scatto che conclude 6 mesi insieme.
In questa foto goth, Francesco Accardo mette a nudo la vena artistica che gli è propria e la bellezza misteriosa di Marika (che per questa foto ha scelto l’album STILLE dei Lacrimosa).
Ti salutiamo Marika… ma è un arrivederci!
Ma voi restate qui… chi sarà la prossima dama di Back in Black?

Back in Black
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Al cinema: CLOWN

Partito per gioco qualche tempo fa (e io adocchiai come tantissimi il trailer) questa pellicola finalmente vede la luce e si candida ad essere uno dei più terrorizzanti capitoli della rivisitazione della figura del clown. Se il buon Pennywise era riuscito a rendere il pagliaccio un losco essere demoniaco, qui molto probabilmente non riusciremo più a metterci un naso rosso dopo la visione del film, dato che la storia -come leggerete -non è affatto piacevole sotto ogni punto di vista e affatto rassicurante.

CLOWN lo aspettiamo con grande trepidazione, intanto buona lettura del comunicato della M2P e cominciate a irrigidire i muscoli.

ALex
Back in Black
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Prodotto dal maestro dell’horror Eli Roth

CLOWN

Diretto da Jon Watts

Con

Andy Powers

Laura Allen

Peter Stormare

USCITA CINEMA 13 NOVEMBRE 2014 IN ANTEPRIMA MONDIALE

Una delle figure più iconografiche del cinema horror torna a terrorizzare l’immaginario degli amanti del genere.

Clown è un progetto cominciato per gioco. Fin dai tempi in cui frequentavano la scuola di cinema, il regista Jon Watts e lo sceneggiatore Chris Ford scherzavano sull’idea di fare un film che fosse quanto di più inquietante potessero immaginare: un horror psicologico su un uomo che si trasformava lentamente nel demone di un clown assassino. Ma non avevano mai pensato che ci sarebbe stato davvero qualcuno interessato a produrlo.

Nel 2010, qualche giorno dopo Halloween, hanno deciso di testare l’idea pubblicando un finto trailer di Clown sul loro canale YouTube. Watts e Ford apparivano come sceneggiatori del film, la cui regia portava la firma di Eli Roth, che in realtà però non ne sapeva niente. La scelta di inserire nei titoli il regista di Hostel Cabin Fever aggiungeva credibilità al trailer e dava un’idea dei raccapriccianti colpi di scena che ci sarebbero stati in quel film di fatto inesistente. L’obiettivo era convincere il piccolo gruppo di sostenitori su YouTube che il progetto di Clown fosse reale, ma neanche la vivida immaginazione di Watts e Ford poteva aspirare a quello che è successo dopo.

Il trailer è diventato virale ed è stato ripreso da moltissimi blog horror. Tutti pensavano che fosse vero e chiedevano quando sarebbe uscito. La voce è arrivata in breve a Eli Roth, che li ha contattati personalmente dopo due giorni dalla pubblicazione del trailer. Watts racconta: “La prima cosa che ho detto a Eli è stata ‘Ti prego, non ci fare causa!’ Ma lui si è messo a ridere e ha detto ‘Non voglio farvi causa, ragazzi, voglio produrre il film!’”.

Mentre Roth si occupava dei finanziamenti, Watts e Ford hanno trasformato la loro bozza nella sceneggiatura di un lungometraggio. Invece di seguire la tendenza dell’horror paranormale, Roth ha condiviso l’idea di Ford e Watts: “Clown doveva essere un film ispirato ai classici della Universal degli anni Trenta e ai body horror contemporanei come La mosca di Cronenberg”. Così, una volta scartato lo stereotipo di un “clown killer” si sono concentrati sulla storia del personaggio, un uomo buono che soccombe a un antico demonio. Consapevoli del fatto che di base i clown ispirano paura, volevano andare a fondo su questa percezione e raccontarne il motivo. Hanno così affondato le origini della storia nella leggenda nordica del Cloyne, un demone di montagna dal volto bianco che attirava i bambini nella sua caverna per divorarli.

SINOSSI

Il clown ha dato forfait e la festa per il decimo compleanno di Jack rischia di essere un disastro. Per fortuna Kent, il padre del bambino, trova un vecchio costume da clown e riesce a far tornare il sorriso al piccolo. Finiti i festeggiamenti Kent, esausto, si addormenta con il costume ancora addosso. Il giorno dopo, però, ogni tentativo di togliere trucco, parrucca e costume si rivela inutile: tira, strappa, usa strumenti elettrici, ma non riesce a toglierseli. In un primo momento l’uomo si rassegna a sopportare le strane occhiate della gente mentre va a lavoro vestito da clown; poi qualcosa inizia ad andare storto. Inizia a sentire uno strano cambiamento, è in preda a una fame violenta e incontrollabile e sente il costume fondersi con la sua stessa pelle. Kent, alla ricerca di un modo per liberarsi del costume maledetto, viene a sapere di una terribile leggenda ormai dimenticata. Oggi il clown è un personaggio buffo, ma un tempo il “Cloyne” era un demone che viveva fra i ghiacciai e scendeva nei villaggi per divorare un bambino al mese durante l’inverno. Nessuno si ricorda più del demone, ma quella pelle bianca e quel volto insanguinato sono ancora affamati…

Megaherz – “Zombieland”

Alcuni, specie i più giovani, pensano che la scena metal tedesca si riduca ai Rammstein ed alcuni sparuti gruppi Speed/Power Metal.

In realtà, in terra teutonica, c’è una ben più vasta tradizione musicale del nostro genere preferito, tanto da meritare una vera e propria scena a sé: negli anni ’90, infatti, abbiamo assistito alla nascita della cosiddetta Neue Deutsche Härte grazie all’opera di gruppi come i succitati Rammstein, OOMPH, Umbra et Imago i qui presenti Megaherz ed altri.

Alcuni hanno avuto maggior fortuna commerciale, altri meno, ma una cosa è certa: quasi tutti sono rimasti fedeli alle origini del loro sound.

I Megaherz, dopo ventuno anni di onorata carriera, tornano alla ribalta con “Zombieland” in uscita per Napalm Records.

L’album che abbiamo tra le mani è trasversale nel senso che, per come la vede il sottoscritto, potrebbe piacere a più di una fascia di pubblico, poiché la band tedesca è riuscita là dove molti gruppi falliscono: fondere metal, rock, elettronica e melodia senza diventare banali, ma prendendo il meglio da tutti i generi per sfociare in un sound unico: piacevole e roccioso al tempo stesso.

Se da un lato, infatti, troviamo ritmi quadrati e chitarre sferraglianti, dall’altro il lavoro della voce riesce a tirare fuori delle melodie incredibili.

Alexander “Lex” Wohnhass ha parecchie frecce nella faretra e si lascia apprezzare anche quando canta in maniera più aggressiva sempre mantenendo un’ottima intonazione e dando alla voce le più disparate sfumature.

“Zombieland” è un disco che vi farà felici se amate il metal tedesco, ma è un ottimo disco per introdurre chi è digiuno di Neue Deutsche Härte ad una scena sempre troppo sottovalutata.

David Palombi
Back in Black
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CS: WOLFHEART CONTRATTO CON SPINEFARM RECORDS


Spinefarm Records aggiunge i Wolfheart al proprio roster.

I Wolfheart pubblicheranno la ristampa del loro debutto del 2013 Winterborn con 2 bonus track (“Isolation” e “Into The Wild”) il 3 febbraio su Spinefarm. L’album è uscito come autoproduzione ed è stato reso disponibile in formato fisico solo nella natia Finlandia.

I Wolfheart stanno ultimando il nuovo disco intitolato Shadow World, in uscita a metà 2015.

“Dopo tutto il sangue, il sudore e le lacrime versate sul nostro debutto autoprodotto e autofinanziato Winterborn, è fantastico vederlo pubblicato in tutto il mondo da un’etichetta come la Spinefarm”, dichiara la band. “È un periodo molto eccitante per noi. Contiamo i giorni che ci separano dalla ristampa di Winterborn e dalla pubblicazione di Shadow World”.

I Wolfheart sono nati nel 2013 dalle ceneri di Before The Dawn e Black Sun Aeon. L’unico membro, compositore e produttore Tuomas Saukkonen ha voluto combinare gli elementi musicali delle band precedenti e dare inizio a qualcosa di nuovo dopo quattordici anni nel music business e svariati album.

Dopo un’eccellente accoglienza ricevuta da parte della critica per Winterborn, Saukkonen ha capito che era il momento giusto per trasformare i Wolfheart da progetto solista in una band a tutti gli effetti.

Armati con nuovi membri, una nuova casa discografica e due album all’orizzonte, Saukkonen e i Wolfheart sono pronti a dominare il 2015.

https://www.facebook.com/WolfheartRealm

SAINT.VITUS il concerto vissuto da G.P.

Foto di G.P.

Back in Black presente al concertone romano grazie al profanatore di tombe, necrofilo agguerrito, didascalico imbalsamatore G.P.
Ecco il suo personalissimo resoconto! E che l’uomo che ride sia con tutti voi…

Back in Black

I 22 gradi della serata romana invogliano ad una pizza nei pressi dell’Alberone, in uno dei tanti locali pronto ad ospitarti. Pur sedendo all’esterno la birra si scalda subito e la cosa fa da traino per la rapida richiesta del conto.
In cammino pertanto e direzione INIT di via Tuscolana, o meglio, direzione 35 ennale del “Born too late” il  più energico e tombale appuntamento per gli amanti del doom internazionale, nonché per gli amanti del gloriosi Saint Vitus. E noi siamo pronti.
Il percorso da colmare non è poi tanto: velocemente passiamo da via Adria, sempre così solitaria anche di giorno, ci si lascia la stazione stanca e poco illuminata sulla destra.
Dopo un paio di isolati il parco di Villa Fiorelli non tarda a porsi dinanzi ai nostri occhi ma in giro non si vedono quei bivacchi che, a pochi metri dal locale e a pochi minuti dall’orario di entrata previsto saresti pronto ad attenderti.
Mura antiche, mura romane, cesellano l’entrata della piccola arena impaziente: il cartellone della serata è lì piazzato in bella vista.
Non si sa bene al momento cosa accadrà: ci sarà grande risposta di pubblico? O sarà una serata di saluto per pochi intimi?
Poggiati su una vettura parcheggiata nei pressi, alla domanda in questione otteniamo subito risposta: cominciano ad uscire a frotte, tra altre vetture parcheggiate, vari corridoi laterali, da cima in sotto la strada adiacente, gruppi oscuri e abbeverati, giovani, giovanissimi e tanti alfieri dei tempi che furono.
Si forma già la calca dinanzi al cancello di entrata ma agevolmente ci si accomoda a turno per fare il biglietto.
All’interno si capisce subito che l’aria è appena sufficiente, qualcuno prende posto dinanzi alla rivendita delle magliette, in pochi si sistemano già sotto il palco. Piuttosto ancora si stanno montando gli strumenti del gruppo spalla della serata, gli Orange Goblin. E’ tempo allora di farsi un giro e rincarare con la birra.
Le manovre vanno un po’ a rilento e intanto ci si interfaccia con le presenze in loco oltre a giochicchiare un po’ con gli smartphone di ordinanza. Dalle magliette indossate la fauna vagante caratterizza soprattutto una cornice sabbathiana e non mancano le shirts che inneggianti alla Vertigo. Per il resto è tutto doom oriented e le ragazze strozzate nella pelle nera ci ricordano facilmente di essere in fondo dei gran romanticoni…
Solo a ridosso delle 22.30, senza tanti convenevoli, gli Orange si schierano sul palco e raramente è si alto il gradimento per un gruppo spalla in serate simili: specie dalle prime file si tributa omaggio con un soffocante e continuo head-banging.
Gli Orange… la potenza c’è, il loro nome se lo stanno facendo sempre di più, la gente canta i brani e si dimena come si conviene e nonostante quanto possa essere ostico e fosco il genere stoner, Ben Ward sa scatenare simpatia con le sue note di apprezzamento per la partecipazione dimostrata all’interno del locale. Il suo “grazie Roma”, così roco e vigoroso, sembra emergere da sotto i nostri piedi.
Lo show tira, comincio ad imparare qualcosa dei Goblin: è ora degli assalti finali e qualche problema tecnico tra bassista e batterista non compromette il live-act degli inglesotti che, sicuramente, torneranno al più presto nella capitale.
L’orologio intanto è volato a ridosso della mezzanotte il vero prezzo da pagare per l’attesa dei Saint Vitus.
Spazio per un’altra birra ma il clima si fa più pesante e ci si pressa meno comodamente di qualche attimo prima.
Anche qui, convenevoli zero: entrano i Vitus con Wino e Chandler ad arringare la folla senza urla ma digrignando i denti e spalancando gli occhi. Il mio mistero personale è il bassista, Mark Adams: lascia apertamente la scena a tutti i suoi compagni standosene da una parte, lui col suo stomaco a pallone di rugby e punto. In un momento del set Wino accostandosi ad Adams brevemente lo abbraccia quasi baciandolo sulla guancia..mah.
Il sottopalco in questo “Born too Late night” alterna molto headbanging a pochi ma grintosi momenti di pogo …le ragazze sono davvero delle bravissime “duellanti”.
Acustica a tratti penalizzante la voce e scaletta ovviamente influenzata dalla celebrazione dell’album che fu: ma lo so che un brano come “Saint Vitus” piuttosto che “White Stallions” non puoi davvero lasciarli fuori e col ringraziamento del pogo di circostanza.
Offre birra alle prime file Wino, Chandler incita la folla non la sua voce grezza che ricorda le lame di Freddy Kruegher scivolare su una lavagna. Mentre Vasquez percuote le pelli di una scarna batteria, Adams se ne sta lì.
“Dying Inside” , “Look Behind You”, “The War Starter”, ecc. mentre reiteratamente il singer litiga con la base del proprio arriva pian piano il momento di ululare tutti insieme la title-track “Born Too Late”: un sabba di mani alzate e di ugole tonanti accoglie le prime note e tutto così si trascina.
L’avvertimento è chiaro, è l’ultima track della serata: brevi saluti e tentativi dei presenti di accaparrarsi perlomeno i fogli a4 della scaletta. È stata una bella serata.
Si torna a respirare dentro il locale, c’è soddisfazione e stanchezza. La serata è ancora calda e commentando i risultati della domenica calcistica si va via. Piazza Fiorelli invita a fare jogging ma domani (anzi adesso…) sono le due e più di notte e , strano a dirsi, tra poco si va a lavorare.

G.P.

Back in Black

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Wild Angels di Manuel Cavenaghi

Succulento dizionario dei biker movies, questo libro è imprescindibile per poter entrare in un mondo cinematografico che ha goduto di una sua importante quanto bizzarra epopea di successo.
L’autore, socio del negozio BLOODBUSTER, riesce con uno stile confidenziale e da chiacchierata davanti ad uno schermo, a raccontarci tutte le pellicole che riguardano questo genere -che nel corso del tempo è stato anche oggetto di citazionismo all’interno di film a noi ben noti- contando su una conoscenza diretta e approfondita del materiale, che risulta essere il più variegato e disparato possibile. Infatti se si parte dalle storie con grandi cavalcate in sella alle proprie moto, che vedevano protagonisti i bikers e la loro voglia di fare baldoria, con scontri e ribellione, per mungere la vacca fino alla fine nel corso del tempo si è ben pensato di riciclare il plot in mille modi: motociclisti di colore, motociclisti licantropi, motociclisti donne, motociclisti lupi mannari (!) etc etc etc.

Wild Angels. Dizionario dei biker movies è essenziale per costruirsi una vera e propria cultura su film che potevano contare sulla presenza di veri Hell’s Angels (tra cui anche il mitico Sonny Barger) e su piccoli gioielli che ponevano anche sguardi trasversali sui club e sullo stile di vita che questi centauri disperati e fuorilegge conducevano.

Una vera e propria corsa in moto.

ALex

ALex per l’Alchimista
officinaalchemica@libero.it
Ogni mercoledì alle 11.30 e alle 17.00 Libri, cinema e fumetti su http://www.radiocentrofiuggi.it

WILD ANGELS
dizionario dei biker movies
Manuel Cavenaghi
Bloodbuster-2014

Fyre – “Missy Powerful”


Il 24 Ottobre uscirà “Missy Powerful” (Flaming Passion Music/AFM/Audioglobe ) disco dei Fyre capitanati dalla cantante argentina Alejandra Burgos.

Abbiamo avuto la possibilità di ascoltarlo in anteprima e siamo rimasti piacevolmente colpiti dal lavoro di questa nuova rock band.

Il punto è con le female fronted bands degli ultimi tempi è che le cantanti sono ipertecniche, ma con poca, anzi pochissima, personalità

Alejandra Burgos è una splendida eccezione e l’LP ci regala ottime composizioni, con qualche chicca qua e là, oltre ad una cover.

L’album è organico e scorre via con una velocità incredibile, pur presentando episodi in cui si tira il fiato (ad esempio “No happiness”, uno dei brani che preferisco) e si distingue dalla scena attuale per alcune scelte divertenti.

Il singolo che lancia il disco è “Get the hell out of me” e… è una vera bomba rock: riff tagliente che resta subito impresso, ritmo serrato e senza tanti fronzoli e la voce della Burgos che si fa apprezzare per potenza, intonazione e personalità. Oltre a ciò, nel momento topico del brano, quando ci si aspetterebbe un assolo di chitarra parte sì una parte solista, ma… di sax! Che sia merito dell’influenza di Michael Monroe o di Clarence Clemmons (compianto sax tenore del Boss), non ha importanza, quello che conta è che la trovata funziona e da uno sprint inaspettato alla song.

Il resto del CD è tutto da scoprire, posso assicurarvi che non ci sono filler, ma brani pieni di energia (“I love to rock”, “Devil is me” etc) alternati ad altri di respiro pop rock e ballads di sicuro effetto (ascoltate ad esempio la splendida “Eyes of the world”).

La canzone conclusiva è una cover: niente di meno che “Stairway to Heaven” dei Led Zeppelin, ben realizzata.

“Missy Powerful” è un gran bel disco rock e se Alice Cooper, Anastacia e Michael Schenker hanno scelto i Fyre come Opening Acts dei loro tour, un motivo dovrà pur esserci.

Live in Italia di come Opening Act per Anastacia:

27 Ottobre Milano – Fabrique

29 Ottobre Roma – Auditorium Parco Della Musica S. Cecilia

30 Ottobre Firenze – ObiHall

1 Novembre – Padova Gran Teatro Geox

David Palombi
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Deathwood nel Roster Overdub

I Deathwood entrano  nel roster di Overdub Recordings (alternative department di Worm Hole Death)

La label licenzierà il disco di debutto della horror punk band dal titolo “…and if it were true?” via Code7/PHD.

L’album verrà registrato, prodotto e mixato all’ACME Recording Studio dal produttore Davide Rosati (Straight Opposition, Chaos Conspiracy,  La Dodicesima Notte, Disbeliever, Christine Plays Viola…).

Le riprese avranno inizio il 6 ottobre, mentre l’album uscirà nei primi mesi del 2015.

“L’aspetto musicale è caratterizzato da un’horror punk di matrice americana unito a tematiche puramente horror che si rifanno a miti e leggende delle loro terre.”

https://www.youtube.com/watch?v=CBtj6qKvRKg&feature=youtu.be

https://www.facebook.com/DeathwoodHorror

http://www.overdubrec.com

Infection Code- “La dittatura del Rumore”

Un album ambizioso, riuscito, in qualche modo molto controverso e da ascoltare più volte per una comprensione piena, “La dittatura del Rumore” ha tutto quello che serve per un concept come si deve, ovvero capacità compositive, chiarezza di intenti, attitudine al suono e coerenza unite alle impressioni di cui sopra.
Partendo dallo splendido artwork di Marco Castagnetto, si entra in uno dei periodi più bui della nostra storia, quello degli anni di piombo, ben rappresentati dagli abiti e dai colori smorzati della figura antropomorfa che punta la sua pistola.
In questa immagine si raffigurano il senso di oppressione civile e di invasione continua che in quegli anni erano il motore principale dei disordini e delle rivoluzioni portate a compimento.

Musicalmente “Miasma” è un’ apripista fenomenale che ottiene il suo scopo introduttivo in uno scenario sonoro dall’ampio respiro, variegato, ricco di spigolature e angoli bui in cui l’ascoltatore si trova perso; perso in un labirinto di disagio dovuto alla sensazione di essere in un vicolo cieco, straniero in terra straniera, con l’ammorbante sensazione di un incombente pericolo.
La città musicale fatta di riverberi, ritmiche ossessive e al tempo stesse dinamiche, di lunghi effetti e voce lontana è un luogo desolato, post-atomico o meglio post-civile.
La vertigine sonora che i nostri riescono a mettere in atto è una macchina che risucchia la rassicurante aria che si respira dalle proprie abitazioni, chiusi al sicuro davanti ai propri smartphone e computer e che obbliga a tirare la testa fuori dalla coperta della borghesia hipster-radical chic-benpensante per immergerla nella nostra storia, “scritta con il sangue”, che nessuno vuole conoscere per evitare di sporcarsi i pensieri.
A tratti le incursioni vocali e le dinamiche compositive degli Infection Code mi hanno fortemente dato l’impressione di una band che potrebbe essere la risposta dei nostri giorni al vuoto lasciato da Lindo Ferretti & Co., ma queste sono solo suggestioni personali.

La dittatura del Rumore” è un album che non lascia scampo, che riavvolge le idee, dopo averle tritate finemente in una pasta con cui dare forma ad una nuova visione della sperimentazione musicale in Italia con un inedito modo di interpretare l’ipnosi noise/psichedelica della narrazione sonora.
Eccellente.

ALex
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