Ushas- “Verso Est”

Ushas. Nome vedico anima romana. Band dallo spirito assolutamente rock, dalla veste delle lyrics imprescindibilmente in italiano, fino alle rombanti schitarrate proposte all’interno dell’album “Verso Est”.

Il mito della motocicletta, della rivoluzione asociale contro la comunità dominante sembrano essere il motore principale del combo romano che all’interno del suo sound racchiude parti equilibrate e minime di Metallica, di Megadeth, Power metal, un pizzico di Timoria (prima maniera), Litfiba e sana aggressività classic hard rock tra Dio e Van Halen -per capirsi al volo- e anche un po’ di sapore AOR, il tutto con qualcosa che rievoca le combat band italiane degli anni 90 (tipo Gang).
Ho sempre qualche difficoltà ad apprezzare questo genere di proposte tricolori che “scimmiottano” un chiaro prodotto d’oltreoceano, ma devo dire che dopo i timori iniziali ho cominciato a scuotere la testa, perché questo gruppo sa davvero il fatto suo e lo dimostra con un suono granitico, che dal vivo deve risultare avvincente e coinvolgente. Canzoni con assoli old style che sanno prendere per i capelli e scuotere a dovere riuscendo a scardinare il preconcetto del gruppo italiano dal suono americano.
Non mancano le ballad, forse il momento un po’ più sottotono (per i miei gusti) di un disco (che ha anche bei cambi stilistici e ritmici come in Verso Est) che ha l’energia che dovrebbe avere oggi una rock band che voglia ritenersi tale!
Corri fiero, Vivi Libero… e ascoltati gli USHAS

ALex
Back in Black

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Naam, White Hills, Black Rainbows, The Flying Eyes

Split che ha dell’incredibile.
Split da rovinare per l’ascolto, con band di grosso calibro quali Naam, White Hills, Black Rainbows e The Flying Eyes con uno dei più bei artwork degli ultimi tempi affidato a SOLOMACELLO.

Due tracce ciascuno (tranne che per i White Hills), 50 minuti di musica di grande spessore, di groove, musica mobile eppure così compatta. Sonorità al limite della sopportazione della lentezza o ipnotiche estasi seventies offerte dai Naam. Spazio agli echi pinkfloydiani di Live At Pompei 2.0 con i W.H. e la loro “They’ve got blood”. Hard rock dal sapore stoner/doom con i Black Rainbows dove terra e fuoco la fanno da padroni. E per finire il retrogusto al Velvet, così newyorkese e black sabbatthiano dei The Flying Eyes.
Questo split è da portarselo dietro, anche sullo smartphone perché è capace di virare i colori della realtà.

ALex
Back in Black

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The Land of the snow- “Belonging To Nowhere”

Dalla Svizzera ci arriva questo EP di Joel Gilardini, che sotto la sigla “The Land of the snow”, firma un progetto sfaccettato, intrigante e di grande impatto.
One man band, Joel altera le percezioni sonore dell’ascoltatore con un breve ma intenso viaggio onnivoro di suoni, proposte, intercapedini stilistiche ed echi lontani nel passato e nel futuro.
C’è tutto nelle tre tracce, dal post rock ad una sorta di sublimazione dell’attitudine di un suono ossessivo (un po’ evocativo del doom) verso stati progressive jazz. Le chitarre dell’artista squarciano i limiti di genere rieducandoli in una nuova proposta che molto difficilmente può trovare una sua categoria fissa.

Certamente un lavoro che offre oniriche esperienze e stati di letargica attesa verso quello che è l’arrivo di un qualcosa che intanto prosegue il suo lento incedere verso di noi.

Oltre alle tracce due video e un artwork curato da Karyn Crisis (ex Crisis e oggi Ephel Duath), un cd che colpisce in ogni senso e su ogni senso, da quello tattile a quello visivo.
Sono molto curioso di vedere Joel alle prese sulla lunghezza dell’album perché le carte in regola per offrire qualcosa di sorprendente ci sono tutte.

ALex
Back in Black

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Allegaeon – “Elements of the infinite”

Faccio ammenda, non conoscevo gli Allegaeon e me ne pento amaramente.

Sono andato a leggermi la bio, ho fatto qualche ricerca e non riesco davvero a capire come mai mi siano sfuggiti.

Capita purtroppo, anche se non dovrebbe succedere con gruppi di livello così alto.

Fortunatamnete il combo americano non è passato inosservato alla sempre attenta Metal Blade Records che ha provveduto a far firmare un deal ai ragazzi in tempi non sospetti intuendo il potenziale del gruppo.

“Elements of the infinite” è un album che si piazzerà agilmente ai vertici delle cassifiche di genere: Technical/Melodic Death Metal.

Attenzione a farsi trarre in inganno dalle etichette però: qui ci troviamo di fronte ad un vero e proprio masterpiece.

Il disco è un vero e proprio attacco frontale: sin dalla prima traccia non lascia un attimo di tregua all’ascoltatore che verrà investito dalla furia della band americana.

I riff sono costruiti attorno ad una sezione ritmica dalla potenza spaventosa.

La voce di Ezra Haynes, che spazia con agilità disarmante da un growling profondo e ricco di armoniche ad uno screaming infernale, dà una carica incredibile.

Il lavoro delle asce, imbracciate da Greg Burgess e Mike Stancel, è superlativo: oltre alla parte ritmica serrata, infatti, i nostri si proiettano in assoli mirabolanti.

Corey Archuleta al basso e Brandon Park alla batteria non sono figura che restano sullo sfondo, anzi, partecipano in maniera decisa alla riuscita dei brani: dapprima dettando i ritmi serrati delle composizioni, poi spiazzando con improvvisi cambi di tempo e ritmo.

Senza sfociare nel virtuosismo e nella ridondanza musicale gli Allegaeon hanno dato alle stampe un disco straordinario.

Nulla da dire, nulla da eccepire… ops è già finito… scusate vado a farlo ripartire da capo.

David Palombi
Back In Black

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Deicide – “In the minds of evil”

Glenn Benton è un artista controverso per un miliardo di motivi, a cominciare dalle sue visioni filosofico/religiose per finire con quelle musicali.

I suoi Deicide sono una band che non ha mai lasciato spazio al compromesso.

Sono così: o si amano alla follia o si detestano.

L’ultima fatica della band americana è “In the minds of evil” ed è disponibile sotto Century Media.

La cover presenta un dipinto in cui un demone guida un uomo come fosse un burattino, ma troviamo delle catene al posto dei fili.

In basso il titolo del platter, in alto a sinistra lo storico logo della band.

Appena partito il CD si capisce verso quale direzione ci si sta dirigendo: qui non c’è posto per introduzioni sinfoniche o in latino.

Nessuno spazio lasciato agli archi per indorare la pillola, solo una breve frase sussurrata e poi si scatena quello che sarà un attacco frontale per tutta la durata del disco.

Riff tritaossa, batteria e basso a massacrare l’ascoltatore, ma soprattutto la voce di Glenn che è tornata agli antichi splendori.

Le undici tracce di “In the minds of evil” non danno modo di tirare il fiato nemmeno per un attimo: i ritmi sono serratissimi e poi… stop and go, cambi di tempo, di ritmo, assoli mozzafiato tutto nel nome del death metal più duro e cattivo del pianeta.

Le liriche sono come sempre efferate e ricche delle invettive anticristiane tanto care a Glenn Benton.

Il singer sembra aver ritrovato lo smalto dei tempi d’oro.

“In the minds of evil” è un album consigliatissimo ai fan della band ed a chi cerca qualcosa di veramente duro.

Signori… benvenuti all’Inferno!

David Palombi
Back in Black

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Gus G. – “I am the fire”

Alcuni di voi si staranno chiedendo chi è Gus G, altri probabilmente non staranno nella pelle. Questo giovane chitarrista è niente di meno che il nuovo axeman che milita nella band di Ozzy Osbourne e se c’è una cosa che il Madman ha sempre saputo fare è scegliere i chitarristi. A partire dal compianto Randy Rhoads fino a Zakk Wylde, il buon vecchio Ozzy ha sempre avuto accanto asce di tutto rispetto.

Gus G non è di certo da meno.

“I am the fire” è il debut del chitarrista greco uscito per Century Media.

Il platter presenta una copertina ricca ed articolata che potrebbe trarre in inganno, poiché la musica è tutt’altro che ampollosa.

Ci troviamo, infatti, di fronte ad un bel disco hard rock a tinte metal.

Il nostro amico ellenico, infatti, sfodera tutte le sue armi e la sua perizia tecnico/melodica in questo disco di debutto.

Le chitarre, naturalmente, fanno da perno per un CD che è perfetto per diverse occasioni: i pezzi più hard rock sono comunque estremamente radiofonici, complici melodie azzeccatissime e ritornelli vincenti (Ozzy docet).

Il lavoro delle ritmiche è costante ed efficace.

Essendo stato composto da un chitarrista, l’attenzione era tutta incentrata sulla prestazione di queste ultime ed è proprio qui che Gus G ha stupito.

Le parti soliste sono eseguite in maniera esemplare e sono a loro modo originali, ma il guitar hero non si è fatto prendere dal delirio di onnipotenza che pervade molti suoi colleghi quando si dedicano ai lavori solisti.

Gus, infatti, in primis non ha cantato lasciando il microfono ad illustri ospiti quali Jeff Scott Soto, Michael Starr, Alexia Rodriguez (“Long way down” è uno degli apici del cd) ed altri ben noti vocalist; in secundis ha fatto uso sì del virtuosismo chitarristico, ma in un modo talmente intelligente da lasciare all’ascoltatore modo di godere appieno della melodia e delle composizioni.

Un ottimo disco, se questo è il debut, non oso mmaginare cosa ci riserverà Gus G per il futuro.

Ottimo!

David Palombi
Back in Black

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Morbus Chron – “Sweven”

Perché mai una band debba adottare come monicker “Morbus Chron” per noi resterà sempre un mistero, tuttavia questa è stata la scelta del combo svedese.

I ragazzi nordeuropei danno alle stampe il loro secondo full lenght sotto la prestigiosa bandiera di Century Media e presentano un platter abbastanza difficile da inquadrare, sebbene di ottima riscita.

“Sweven” infatti è il prodotto di quella che dovrebbe essere una death metal band.

Ora, se si pensa al death di matrice svedese, vengono in mente nomi di acts ben noti che tanto hanno dato e tanto daranno ancora alla gloriosa storia di questo roccioso genere.

I Morbus Chron, però, sono riusciti a trovare una formula che è tanto originale, quanto efficace, perchè, se da un lato si sentono fortissimi richiami all’old school, dall’altra è innegabile una rilettura in chiave moderna che però non stravolge completamente i canoni, semmai li reinterpreta rafforzandoli.

Il risultato quindi è un curioso omaggio alle radici rivisto e corretto in chiave moderna.

L’artwork è al limite di un disco prog: un volto di profilo che si ripete su uno sfondo di nuvole, il tutto realizzato con una tecnica che sembra acquerello.

Anonimo, nessuna scritta o logo da nessuna parte.

Il sound (al quale ha contribuito in fase di produzione Fred Estby, ex-Dismember) è crudo, grezzo, ruvido… in sue parole: old school.

Le chitarre di Edvin costruiscono riff nei quali la voce di Robert (anche chitarra ritmica) va ad inserirsi perfettamente costruendo melodie davvero ben riuscite.

Adam e Dag (basso e batteria) sono la spina dorsale della band, poiché grazie al muro di suono ritmico danno corpo e potenza ad un disco davvero ben composto.

Nel complesso “Sweven” è un buon disco per gli amanti di quel death moderno che strizza l’occhio al passato.

David Palombi
Back in Black

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Eyehategod – “Eyehategod”

Quattordici anni di silenzio. Tanto abbiamo dovuto aspettare per avere tra le mani un nuovo album di una band leggendaria: gli Eyehategod.

Per i kids, questa è una band che ha contribuito a creare un genere: lo sludge metal.

Prendete i Black Flag, aggiungete una generosa dose di Black Sabbath, un paio di manciate di Blues ed un pizzico si Southern in stile Lynyrd Skynyrd ed avrete una miscela altamente esplosiva: gli Eyehategod.

L’album omonimo che viene rilasciato in Europa da Century Media è fresco ed innovativo come tradizione della band.

Sebbene questo genere sia ormai abbastanza inflazionato, quando scendono in campo i pezzi da novanta le differenze si sentono: c’è poco da fare, l’originale è differente.

Il disco che è stato completamente finanziato dalla band è stato registrato presso lo studio privato di Phil Anselmo, vecchio amico della band e mixato da Sanford Parker.

La scelta dell’autoproduzione è stata dettata da esigenze di carattere personale, poiché il combo di New Orleans aveva la chiara necessità di una totale libertà artistica e, dopo aver ascoltato il disco, si può affermare che la band non poteva fare una scelta migliore.

L’album, infatti, è decisamente originale e gli Eyehategod, dopo venticique anni di carriera sanno come interpretare al meglio un genere che, come abbiamo già detto, hanno contribuito a creare: chitarre sferraglianti che affondano le mani nel blues a ripescare soluzioni armoniche nate sulle rive del Mississippi per fonderle con lo sludge; basso e batteria interpreti importanti e non semplici comparse.

Le voci sono perfettamente inserite nel contesto e mentre la musica scorre quasi come un background la voce urla i testi “in your face”.

Un buon disco, per gli amanti del genere.

David Palombi
Back in Black

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