Raging Age – Regions of Sorrow

Metto su Regions of Sorrow (che grazie a Nat e alla Worm Hole Death, campeggia sui miei impegni musicali) senza dare un’occhiata alla scheda della band, preso e compreso dall’artwork dell’album.
Parte un’onda d’urto death metal che polverizza le ossa. Attitudine old school con un sound moderno e violento. L’headbanging è fisiologico e quasi ci si stacca la testa dal collo nell’ascolto delle 10 tracce proposte da Fil, Thorkell, Jeky ed Erik.

Temi oscuri e infernal-mitologici creano un’atmosfera assolutamente belligerante che incalza senza sosta, affondando come una lama nel torace di un nemico, trafiggendo e lacerando ogni cosa le si pari contro.

Un combo vergognosamente all’altezza della devastazione che propone, tecnico, con richiami lontani ai migliori Slayer e Megadeth (passatemeli perché li ho “percepiti”) e letali come una tempesta di napalm.

Un gruppo come si deve e come dovrebbe essere, senza troppi fronzoli e con la voglia di annientare l’ascoltatore.

Bravi ‘sti nordici…c°#z … Sono di Bari!
Fenomeni.

ALex
info:backib@libero.it
Back in Black

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Dall’8 Aprile arriva ROCK ON

Un nuovo nato in casa Back in Black e RCF 101.8, con un vecchio amico e speaker di BIB: ROCK ON. IL ROCK E’ PER TUTTI.
Programma di mezz’ora condotto dal nostro David Palombi che si aggiunge al palinsesto e lo arricchisce con grandi signature song, classici intramontabili, curiosità sul mondo della musica, ballad struggenti, indimenticabili canzoni, novità e musica, musica, musica… italiana e straniera.
Per dimostrare che il rock va bene dagli 0 ai 1000 anni.

OGNI MARTEDI’ ALLE 16.00 E IN REPLICA LA DOMENICA ALLE 08.20.
Restate sintonizzati e in bocca a Mephisto David!

Back In Black

Napalm Storm – Harmless Cruelty

I Napalm Storm nascono in Spagna, nel luglio del 2010.
Nel 2012, durante le registrazioni del loro primo EP autoprodotto, “Objective to Kill”, Carlos Tello diventa un membro stabile della band, prendendo posto dietro il microfono. Nel 2013 la band dà alle stampe il debut: “Harmless Cruelty” dopo aver firmato un deal con la WormHoleDeath.

Ma come suona questo album? Thrash, sporco, viuuuuleeeeeeeento! (cit.)
Finalmente si torna a sentire un po’ di quel thrash duro e cattivo dei bei tempi, senza fronzoli, senza troppi abbellimenti solistici, assolutamente “in your face”. L’influenza è quella dei capiscuola e, sebbene si senta una forte impronta europea, i richiami al sound americano sono tanti. Alcuni passaggi sono un omaggio a quei Testament di Chuck Billy che tanto ci hanno fatto fare headbaning.

Ottima prova dei chitarristi e del drummer. Maiuscoli i cantati.
La potenza che sfoderano i quattro di Zaragoza è  genuina e non lascia niente all’immaginazione, ci si può solo arrendere a tanta cattiveria sonora.
Se dal vivo rendono la metà di quanto apprezzato sul disco, posso concludere che ci troviamo, finalmente, di fronte ad una band dalla potenza degna di un genere che si stava avviando a grandi passi verso una fine ingloriosa.
I Napalm Storm (questo monicker però mi fa un po’ sorridere) sono una boccata di ossigeno.

Bravi bravi bravi!

David Palombi
Back in Black
info:backib@libero.it

Joe Sal – Live at Scimmie

Joe Sal (al secolo Giorgio Salati) è un musicista particolare. Artista dalle mille sfumature, sono più o meno vent’anni che calca i palchi in veste di cantante e chitarrista in diverse formazioni.

Aveva riscosso un buon successo con i KickStart, quindi ascoltare questo CD è stato, per il sottoscritto, un po’ spiazzante. Mi aspettavo un live dai toni rock/ blues, magari hard rock, insomma bello aggressivo ed invece Live at Scimmie mi ha lasciato piacevolmente senza parole. Registrato a Luglio 2013 nello storico locale milanese “Scimmie” questo disco cattura l’anima di Joe. L’esibizione è in forma di one man band: Joe e la sua fidata chitarra elettrica.

Il tutto si esaurisce in sole sei canzoni, sei brani dal sapore unico e particolare. Se come me vi aspettavate qualcosa di duro e violento rimarrete sorpresi: Joe ci delizia con un live acustico a tinte blues/ jazz e cantautorali.

Chitarristicamente non è neache da giudicare, arpeggi complicatissimi fanno da tappeto a linee melodiche ricercate. Le soluzioni armoniche originali di Joe tengono sempre alta l’attenzione dell’ascoltatore. Interpretazione vocale impeccabile. Non sono un amante dei live, poiché sono dell’opinione che i musicisti andrebbero visti, ma soprattutto ascoltati dal vivo… bene, mettete su questo cd e chiudete gli occhi, vi sembrerà di essere allo “Scimmie”.

David Palombi
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Back in Black

L’Alchimista presenta- C’è posto tra gli indiani di Alessio Dimartino

“La gente è convinta che per uccidersi occorra un grande coraggio. O una grande vigliaccheria. Ma si sbagliano. Non è questione di vigliaccheria o coraggio. Non c’entrano un cazzo la vigliaccheria e il coraggio. È non è nemmeno la disperazione, la molla che scatta. Magari si trattasse di disperazione.
La disperazione è tumultuosa, travolge, spazza via, sradica. È viva, è una parte inscindibile dalla vita. Qui è il vuoto, il problema(…)”

Prendi una notte di merda -di quelle che piove che sembra la fine del mondo- un giovane, una bottiglia di vino e la voglia di morire anestetizzata con qualche droga.
Aggiungici il suono del campanello di casa, i sensi rallentati, il ricordo di “una donna che c’è più ma è più presente di quando c’era…”, un uomo che sembra Michael Caine e un cocker fulvo.

Quello che vi sto per raccontare è “C’è posto tra gli indiani”, (edizioni Giulio Perrone) di Alessio Dimartino, e dell’incredibile storia di Marcello, veterinario per “obbligo” più che per vocazione; tossicodipendente, perseguitato da un amore finito ma mai cosi vivo, “un uomo che forse continua a vivere o forse muore, in quanto ha iniziato a morire già da parecchio tempo. Quindi, forse, questa storia qua narra di un uomo che forse continua a iniziare a morire o forse muore e oplà”.

Venti tappe a segnarne il percorso, una sorta di via di crucis tra le strade di Roma, introdotte e intrecciate tra ricordi, pensieri, sigarette e visioni; due tempi a dividere il viaggio, come in una pellicola che ha tanto la fotografia e il sapore di un film dei fratelli Cohen, un susseguirsi di personaggi assurdi e pittoreschi, che si muovono nel confine tra terreno e onirico, balzi continui tra prima e terza persona  e uno stile di scrittura pulito, scarno e diretto, come un pugno sul muso o una boccata d’aria fresca.

Dimartino ci presenta un romanzo di una bellezza unica (che verrà, tra le altre cose, presentato allo Strega) che non va analizzato ma goduto, pagina dopo pagina, frugandoci dentro, fino in fondo, cercando in ogni personaggio qualcosa in più, e poi lasciandosi trasportare da un racconto che, seppur scorrevole, non lascia mai il lettore in uno stato di “assenza”.

Qualcosa di nuovo nel panorama della narrativa Italiana, un’opera giovane, fresca e intelligente.
Un invito ad immergersi nei profumi e nei disordini di questo viaggio, nel suo sfondo Romano, e nel suo eroe “sconfitto”, capaci di rapirvi e lasciarvi in uno stato di trance fino all’ultima pagina.

Cesare Colonna per L’Alchimista
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Sirgaus – Sofia’s forgotten violin

Il prossimo che mi dice che le band italiane non hanno il tiro o le potenzialità per fare il salto di qualità rispetto alle band scandinave o teutoniche si becca una chitarrata sulle gengive.
Ok, probabilmente non brilleremo per originalità o inventiva, ma quando si tratta di calare gli Assi in termini di qualità, abbiamo pochi rivali e questo è uno di quei casi in cui bisogna essere orgogliosi di essere italiani e riscoprire il sempreverde motto “Support your local bands”.
I Sirgaus vengono da lontano ed il mastermind dell’ensemble è Mattia Gosetti, bassista di chiara perizia e autore di diversi musical, influenzato dalla musica sinfonica e dall’Heavy anni ’90.

La voce è quella di Sonja, cantante dalla timbrica personale, incisiva e, fortunatamente, lontana dai canoni stilistici delle varie Tarja e compagnia metallante. A darle una mano anche l’ottima prova di Mattia Gosetti.

Le chitarre sono affidate alle mani ed ai plettri incisivi di Massimo Pin. Per impreziosire ulteriormente il sound del disco di “Sofia’s forgotten violin” si è unito il violinista degli Elvenking Lethien. Bando alle ciance, andiamo al sodo, ché di carne al fuoco ce n’è tanta ed è anche ben condita.
I Sirgaus ci offrono un concept album di carattere fantasy concepito e costruito con gusto ed eleganza.
Gli arrangiamenti sono davvero degni di nota, i riff incisivi e mai invadenti e le parti solistiche (anche di basso, gradita sorpresa) sono composte ed eseguite con tecnica e personalità.

Naturalmente la parte del leone la fa la musica sinfonica: cosa dire: bella bella bella…e ve lo dice uno che non ne poteva più di sentire gruppi cloni dei vari gruppi metal sinfonici che hanno fatto la storia del genere. Ottimo il lavoro svolto in fase di produzione e missaggio.
Concludendo posso dirvi che “Sofia’s forgotten violin” è un ottimo album, non è “Avantasia” e nemmeno vuole esserlo.
Una critica? L’unica cosa che posso chiedere ai Sirgaus è osare di più con le voci, perché, secondo il sottoscritto il potenziale è enorme.

L’Italia s’è desta!

David Palombi
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Headless – Growing Apart

Ma tu guarda chi si rivede! Il caro vecchio rock and roll.
E chi mi ritrovo al microfono? Niente di meno che Goran Edman. Per chi di voi non ricordasse questo signore, è stato vocalist, tra gli altri, di Sua Maestà Yngwie Malmsteen.

Qui lo ritroviamo con gli Headless, ottima band nostrana dalla lunga storia. Dietro le pelli troviamo, a martellare come un forsennato, un’altra vecchia gloria del rock: Scott Rockenfield (Queensryche). Le asce sono affidate alle sapienti mani di Walter Cianciusi e Dario Parente.

D’accordo, non è una all star band, ma è un gran bel gruppo, ve lo assicuro.

Ma che disco è “Growing Apart”? È un gran bel disco.

Come definirlo? I ragazzi della band lo indicano come un album Hard rock con inserti prog ed io non posso che essere d’accordo con loro.

Quello che colpisce subito è l’impatto: il disco è immediato, con brani che entrano subito in testa, ritornelli molto live oriented e riff semplici (grazie a dio).

Dove si fa sentire la tecnica dei musicisti è nell’arrangiamento nella produzione e…nelle parti solistiche. Nulla da eccepire: belli suoni, mai identici, perfetta la durata dei soli e divretenti le incursioni in terra prog.

Si sente l’influenza della vecchia scuola hard rock e metal degli anni Novanta, così come si fa notare un background di matrice rock/blues che fa capolino qua e là (ascoltate i primi secondi di “Sink Deep a Fairytale”)

Come ogni disco hard rock che si rispetti c’è la super ballad, in questo caso “As tears go by”, che chiude il lavoro. Da sottolineare la tematica che lega il disco: la crescita in tutte le sue sfaccettature. Sulla tecnica sorvolerei, qui siamo di fronte a fior fior di professionisti. Stesso discorso per la produzione: vi dico soltanto che l’album è stato registrato in tre differenti location e masterizzato da Peter Doell (David Lee Roth, Marilyn Manson) presso gli Universal Music Studios a Hollywood.

Gli Headless hanno fatto davvero un lavoro degno di nota, con un paio di brani molto radiofonici ed un disco che mi sento di promuovere e consigliare a tutti gli amanti del caro vecchio rock and roll.

David Palombi
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Radius- Banca D’Italia

In certi momenti, quando mi arrivano album di questo tipo mi chiedo “Sarà il caso di scrivere una recensione? Non sarebbe meglio lasciar parlare la musica?”.

Perché? Perché questo è l’ultimo album di Alberto Radius, uno dei più grandi e longevi artisti (50 anni di carriera sulle spalle) che il panorama musicale italiano possa offrire.

In carriera ha fatto di tutto: ha militato in gruppi di successo, su tutti la storica Formula 3, ha composto musiche che hanno scalato le hit, ha fatto da turnista in LP di enorme successo dal punto di vista critico e commerciale come “La voce del padrone” di Franco Battiato, giusto per citarne uno a caso, ha aperto uno studio di registrazione a Milano che porta il suo nome e chi più ne ha più ne metta.
Musicista e chitarrista di eccezionale talento, tecnica ed espressività, Radius decide, non troppo spesso, di pubblicare LP in cui oltre a comporre musica si dedica, con ottimi risultati, anche al canto.

Nel suo ultimo lavoro Radius sorprende, come sempre.
Fonde il pop, il rock, il blues, il prog, la musica cantautorale con scelte armoniche e strumentali azzardate, sperimentali, uniche.

La chitarra è lo strumento principe, la fa da padrone e il nostro sciorina tutta la sua tecnica ed esperienza senza mai sforare nell’inutile virtuosismo.

Meritano una nota particolare i testi, scritti dal compianto Avogadro, che si incastrano perfettamente con le musiche composte da Alberto.
Una chicca su tutte: “Talent show” che inquadra perfettamente la desolante situazione musicale italiana attuale. Da segnalare a qualche emittente radiofonica coraggiosa.

L’album è un armonico meltin’ pot di generi, trovate, soluzioni, ma il filo conduttore rimane la musica d’autore…di gran classe.
Scorre leggero, ma pieno di significati ed al termine non si può far altro che… ascoltarlo di nuovo.
Questo “Banca d’Italia” non è un disco qualunque, è una perla da custodire gelosamente.

Non è indicato per tutti, solo a coloro che amano la buona musica.

David Palombi
Back In Black
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