Muhammad Ali. Storia di una rivoluzione di Andrea Bacci

Vola come una farfalla, pungi come un’ape
Basterebbe questa citazione per far luce sulla figura, controversa e maestosa di Muhammad Ali.
Sull’uomo prima dello sportivo, prima del pugile, prima del campione e della leggenda.

Un giovane di Louisville, uno dei tanti, atipico forse, per i canoni del pugile di colore dell’epoca: nessun problema finanziario, nessun guaio con la giustizia, solo tanta passione, un talento fuori dal comune e una gran faccia tosta.

È di questo Ali che vuole parlarci Andrea Bacci nel suo “Muhammad Ali-Storia di una rivoluzione” (Ultra Sport), delle vicende intime della persona, sulle quali in pochi si sono soffermarti, forse offuscati dalla grandiosità e dall’aura del personaggio sportivo.

Carattere introverso fuori dal ring, che esplodeva con fragore mediatico ogni volta che ci si avvicinava ad un match decisivo.Sbruffone fino all’assurdo con i suoi avversari : celebre la frase “Joe Frazier è troppo brutto per essere campione. Joe Frazier è troppo stupido per essere campione. Il campione dei massimi deve essere intelligente e grazioso come me!” e narciso fino allo sfinimento quando affermava:” Io sono il più grande. L’ho detto persino prima di sapere di esserlo.”

Un peso massimo di 95 chilogrammi che combatteva, contro colossi di pari peso o superiori, con la guardia bassa e la spocchia del campione, danzando sulle punte con l’eleganza di Rudolf Nureyev , a 17 anni come a 22, età in cui vinse per la prima volta, a Miami, la cintura di campione del mondo dei pesi massimi.

Ma le 285 pagine in questione, che scorrono con piacevole curiosità e interesse, ci aiutano a delineare come dicevo pocanzi, la figura umana dell’atleta.

Una carriera sportiva iniziata in un periodo in cui negli Stati Uniti imperversava l’odio razziale, dove si facevano spazio con le parole o con i pugni le figure di Malcom X e Martin Luther King.
L’amicizia fraterna con Malcom X, la conversione all’Islam e l’adesione alla setta dei “Mussulmani neri”, cambiarono inevitabilmente e definitivamente la vita del pugile. Da quel momento la sua vita sportiva fu legata alla lotta per i diritti dei neri, divenendone anche un vero e proprio strumento.

Battaglia che lo portò anche al rifiuto di aderire alla guerra in Vietnam affermando che: “Non ho niente contro i Vietcong. Loro non mi hanno mai chiamato negro”.

Insomma, un uomo talmente complesso e grande, da essere rimasto indelebilmente nella storia mondiale, e non solo in quella sportiva.

Un libro di pregevole bellezza, che racchiude tutta la storia di un mito e di un epoca, che rapirà sia gli appassionati di pugilato che gli amanti di grandi storie.

Per l’Alchimista
Cesare Colonna

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